Amnesty International la spara veramente grossa. Indaghi la magistratura

Amnesty International colpisce ancora. La ONG inglese ex Premio Nobel per la pace (molto ex) bisognosa di denaro arabo torna ad attaccare Israele e lo fa nel solito modo, con un rapporto lacunoso e senza alcun riscontro, dove si forniscono numeri e testimonianze talmente inverosimili da far pensare a una deliberata montatura degna di una approfondita indagine della magistratura.

Il rapporto, intitolato “black friday” analizza (o vorrebbe farlo) gli avvenimenti accaduti a Rafah dopo la cattura da parte di Hamas del tenente del IDF Hadar Goldin (poi ucciso) e la relativa attuazione della cosiddetta “direttiva Hannibal”, una direttiva (segreta?) volta a impedire la cattura da parte dei terroristi di soldati israeliani. Amnesty International conclude il suo rapporto accusando l’esercito israeliano di “crimini contro l’umanità”, una accusa gravissima che deve essere supportata da prove certe proprio perché Amnesty International non è una ONG qualsiasi.

A parte che Amnesty International sorvola allegramente sul fatto che la cattura e la successiva uccisione del tenente Hadar Goldin è avvenuta durante un cessate il fuoco concordato tra Israele e Hamas, una delle tante violazioni fatte da Hamas che però siccome non attirano i finanziamenti arabi vengono regolarmente omesse. Ma quello che colpisce di questo rapporto sono le testimonianze e le relative conclusioni.

Amnesty International cita come fonte “indipendente” un ipotetico “ufficiale di fanteria israeliano” membro di Breaking the Silence, una ONG israeliana nota per i suoi rapporti mendaci e già salita all’onore delle cronache per diverse affermazioni false puntualmente sbugiardate (per esempio quella sull’Unità 8200 che se non fosse così seria sarebbe esilarante). Secondo questo anonimo ufficiale (chissà perché sono sempre anonimi e non verificabili) dopo la cattura del tenente Hadar Goldin il comando del IDF avrebbe ordinato l’attuazione della direttiva Hannibal e quindi dato il via a un imponente attacco contro Rafah. Nel rapporto di Amnesty International si legge che nelle tre ore successive al rapimento dell’ufficiale israeliano l’artiglieria israeliana avrebbe sparato contro Rafah ben 1.000 colpi di artiglieria. Ora, 1.000 colpi di artiglieria in tre ore sono un volume di fuoco incredibile che avrebbe dovuto letteralmente spazzare via l’intera città e tutti i suoi abitanti, anche considerando il fatto che, secondo lo stesso rapporto, i colpi sparati durante tutto il mese di agosto dall’artiglieria israeliana sarebbero stati complessivamente 2.000. Per confutare tale gigantesca menzogna basterebbe un qualsiasi esperto militare ma soprattutto una ispezione a Rafah, ispezione che chiaramente Amnesty International non ha mai fatto scrivendo,come al solito, i suoi rapporti da migliaia di Km di distanza. E siccome le balle su Israele più sono grosse e più vengono credute, questa volta si è andati veramente sul fantascientifico.

Il rapporto continua citando diversi testimoni palestinesi senza però chiarire come tali testimonianze siano state raccolte e da chi. Amnesty International non è mai andata a Gaza dopo la fine del conflitto, questo è facilmente verificabile attraverso canali israeliani ed egiziani, quindi, chi ha raccolto le testimonianze citate nel rapporto? Il sospetto è che, come al solito, Amnesty International abbia usato a piene mani documenti forniti loro da Hamas. Se questi sono i parametri usati da Amnesty International per definire un “rapporto indipendente” allora stiamo freschi.

Amnesty International scrive:

“Ci sono prove schiaccianti che le forze israeliane hanno commesso (attuato) sproporzionati o, in altro modo, indiscriminati attacchi che hanno ucciso decine di civili nelle loro case, nelle strade e nei veicoli…..”

bene, quali sono queste prove schiaccianti? L’incredibile e fantascientifica (e assolutamente non verificata o verificabile) testimonianza di un membro di Breaking the Silence o le testimonianze raccolte da Hamas? No perché quando si parla di “prove schiaccianti” e si lanciano accuse come quella di “crimini contro l’umanità” si devono avere veramente prove schiaccianti. Invece come al solito Amnesty International rimane molto sul vago, cita testimoni non rintracciabili, produce numeri del tutto inverosimili ma soprattutto scrive cose che non ha verificato direttamente sul terreno. E siccome si presume che Amnesty International non sia una ONG qualsiasi ma un ex Premio Nobel per la pace e una delle voci più ascoltate al mondo, ci si aspetterebbe che nel momento in cui si lanciano accuse simili ci si assuma anche la responsabilità di provarle tali accuse. Ma a differenza di quanto scritto nel rapporto, le cosiddette “prove schiaccianti” non solo non ci sono, ma si ha l’impressione che Amnesty International abbia come al solito lanciato accuse a vanvera sicura che comunque quello che affermano viene preso per oro colato. Invece non funziona così, anzi, proprio perché Amnesty International è quello che è, ha l’obbligo di fornire prove certe e affidabili di quello che afferma e che racconta nei suoi rapporti. Non bastano testimonianze non verificabili, non si può pretendere di essere creduti sulla parola. Non bastano un video cartone animato, una foto satellitare fornita non si sa da chi (che oltretutto confermerebbe l’esagerazione dei 1.000 colpi di artiglieria sparati in tre ore) o la fotografia di un cratere per essere credibili quando si lanciano accuse di tale gravità.

E qui torniamo al discorso della necessità di una approfondita indagine della magistratura inglese su chi finanzia certi rapporti di Amnesty International , su come vengono scritti e da chi, su cosa si basano e su quali prove certe. Con questo rapporto si è passata una linea che non può essere ignorata, proprio per la caratura di chi lo ha pubblicato. Adesso le parole e le supposizioni non bastano più, Amnesty International fornisca le cosiddette “prove schiaccianti” di quello che afferma o ne paghi le conseguenze.

Scritto da Noemi Cabitza

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