Coltan e diamanti: il nostro lusso è la morte degli altri

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Non si può più aspettare. Ormai le parole, le campagne, le promesse e le finte leggi sui minerali da conflitto (conflict mineral) non servono più a niente. Servono i fatti e servono subito. Qualche speranza, solo un paio di mesi fa, ce l’aveva data l’Europa con una iniziativa lodevole ma che già si è persa nel nulla, prontamente aggirata dalle corporation internazionali.

E intanto nel Congo la gente continua a morire per garantire i nostri lussi. Oggi abbiamo pubblicato due rapporti di qualche tempo fa ma attualissimi, uno sul coltan insanguinato e uno sui diamanti insanguinati che riportano una realtà ai più sconosciuta, una realtà fatta di soprusi sui bambini, sulle popolazioni, fatta di guerre per il controllo delle miniere di coltan, diamanti e oro e di un sistema globale per aggirare qualsiasi controllo, un sistema che non può perseverare senza la connivenza delle istituzioni internazionali (ONU ed Europa) e senza il tacito assenso delle grandi corporation dell’elettronica (per il coltan) e dei metalli preziosi (per l’oro e i diamanti).

Qualche mese fa, riprendendo una vecchia battaglia, abbiamo ripresentato alle Nazioni Unite il Protocollo per la certificazione del Coltan stilato sulla falsariga del Protocollo di Kimberley per i diamanti, chiedendo anche l’appoggio al Ministero degli Esteri italiano e in particolare alla delegazione permanente che l’Italia ha presso il Palazzo di Vetro. Dopo due mesi non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

Per questo motivo sin da oggi inizieremo a studiare nuove iniziative volte a rendere più incisiva questa nostra battaglia per ottenere maggiori garanzie sull’acquisti dei minerali provenienti da aree di conflitto, perché i nostri lussi non siano più la morte degli altri.

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