Cosa significano le elezioni USA per il Medio Oriente e per Israele

Tel Aviv, 7 novembre 2016 – Alla vigilia delle elezioni americane più controverse della storia degli Stati Uniti in Israele e in tutto il Medio Oriente in tanti si chiedono cosa significherà la vittoria di Hillary Clinton o, al contrario, quella di Donald Trump per il futuro di un Medio Oriente lasciato in macerie dagli errori di Barack Obama.

Le politiche dei due candidati per la regione mediorientale sono decisamente diverse. La Clinton ha garantito ancora il supporto alla democrazia israeliana ma è molto cauta, se non evasiva, su tutto quanto gira attorno alle questioni importanti come quella palestinese, forse la più controversa. Anche sull’Iran la Clinton appare piuttosto evasiva e non è chiaro se intende proseguire con la linea collaborazionista e remissiva impressa da Obama. C’è poi una questione importante da non sottovalutare. Molto del sostegno alla campagna elettorale della Clinton arriva dai Paesi arabi, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar in testa. E’ una cambiale che immaginiamo in qualche modo la Clinton dovrà ripagare una volta salita alla Casa Bianca e questo solleva molti dubbi sulla sua possibile futura politica in Medio Oriente. Di contro Donald Trump è stato molto più chiaro nello schierarsi sia a fianco di Israele che contro l’Iran. Ha promesso che in caso di vittoria porterà l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendo de facto la capitale di Israele. Ha detto che rivedrà l’accordo sul nucleare iraniano lasciando chiaramente intendere che intende rompere in maniera decisa con la politica di Obama. Donald Trump non si e poi dimostrato particolarmente amichevole né con l’Islam né più in generale con il mondo arabo e per questo si è beccato diverse volte l’appellativo di “populista”. Tuttavia vi sono enormi dubbi sul suo rapporto con la Russia di Putin, che è il miglior alleato dell’Iran, ed è poco chiaro quale posizione prenderà sia nella difficile questione siriana che nella lotta settaria tra sunniti e sciiti, ammesso che voglia prendere una posizione. Insomma, fa a bacini con Gerusalemme ma va a braccetto del miglior alleato del suo più grande nemico. Incomprensibile anche per chi mastica politica mediorientale da decenni ed è abituato a tutto e al contrario di tutto.

Meglio la Clinton o Trump per Israele e per il Medio Oriente?

Qui il discorso si fa difficile perché ambedue i candidati sono l’espressione peggiore che gli Stati Uniti potessero esprimere in un momento storico così difficile. La Clinton senza dubbio è un politico più navigato e potrebbe garantire più sicurezza e meno colpi di testa. Il fatto però che gli arabi siano i maggiori sostenitori della sua campagna elettorale lascia aperti molti dubbi sulla linea che terrà Hillary Clinton una volta alla Casa Bianca. Dal canto suo Trump si è dimostrato molto più deciso nel sostenere Israele (almeno a parole) e questo per uno Stato Ebraico sotto attacco all’ONU (come dimostra la questione UNESCO e l’ultima sparata sui Rotoli del Mar Morto) non è una questione da poco. E anche la sua politica verso gli arabi potrebbe tornare utile a Israele. Rimane tuttavia l’incognita non secondaria della sua “passione” per Putin e non è da sottovalutare nemmeno la sua scarsa esperienza in politica internazionale, non una cosa da poco in un momento così difficile per il Medio Oriente.

Come la pensano gli israeliani?

Non ci sono sondaggi attendibili che ci possano restituire un quadro preciso su come la pensino gli israeliani in merito alle elezioni USA di domani. Sostanzialmente, almeno a parlare con le persone, il Paese appare diviso a seconda dello schieramento politico interno. Per Hillary Clinton tifano la sinistra israeliana, i centristi e una parte dei cosiddetti “moderati” di destra i quali pensano che in un momento come questo l’esperienza politica della Clinton possa dare maggiori garanzie. Per Trump sono decisamente schierati gli elettori di destra e quelli della destra religiosa i quali pensano che Trump non farà opposizione alla costruzione di nuovi insediamenti (un fatto questo comunque tutto da dimostrare). Gli arabi e la sinistra estrema sono schierati con la Clinton anche se avrebbero preferito Bernie Sanders.

Il mondo arabo

Il mondo arabo all’apparenza guarda le elezioni USA con un certo distacco. Ma se questo è vero in parte per “l’uomo della strada” non lo è per le dirigenze arabe. I palestinesi sono senza dubbio schierati per la Clinton, così come i regimi arabi del Golfo. Su questo lato dello scacchiere mediorientale non c’è storia. Trump viene visto come un nemico dell’Islam e quindi le questioni politiche che valgono in Israele nel mondo arabo non hanno alcun peso. Dal Marocco all’Indonesia il mondo musulmano è tutto per Hillary Clinton. Nemmeno i commentatori arabi più trasgressivi osano sostenere Trump.

Alla fine quello che appare più evidente in tutto il Medio Oriente è che i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti non piacciono a nessuno ma che dovendo per forza scegliere si tende a prediligere il candidato che in campagna elettorale ha promesso di muoversi in maniera più vicina agli interessi dei vari schieramenti. Poi tutti sanno che le promesse elettorali valgono dalla sera alla mattina e quindi chiunque vincerà domani dovrà poi darsi una linea politica che in medio Oriente non può prescindere dal pragmatismo. Per cui le promesse elettorali lasciano il tempo che trovano. L’unica cosa in cui ci rimane di riporre le speranze è che il prossimo Presidente degli Stati Uniti sia meglio del disastroso Barack Obama, chiunque sia tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Scritto da Gabor H. Friedman

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