Crisi dei rifugiati in Uganda: una bomba a orologeria

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In Uganda sono abituati alle grandi masse di rifugiati. Dopo la lunghissima guerra con il Lord’s Resistence Army (LRA) che aveva prodotto milioni di rifugiati interni e dopo la fine del conflitto in Sud Sudan che aveva spinto molti sud sudanesi a rifugiarsi in Uganda del nord, si era sperato che il piccolo Paese africano potesse riuscire ad uscire da quel vortice di difficoltà che inevitabilmente si crea con crisi di questa importanza. Ma non si erano fatti i conti con la nuova crisi in Sud Sudan.

Solo negli ultimi tempi circa 900.000 sud sudanesi hanno attraversato il confine con il Nord Uganda in cerca di rifugio dai combattimenti che imperversano nel Paese più giovane del mondo. Di questi circa il 60% sono bambini. Un flusso che sta mettendo a dura prova il seppur rodato sistema di soccorso e accoglienza in Uganda. E’ questo il quadro allarmante che emerge da un vertice tenutosi ieri a Kampala tra alcuni inviati delle Nazioni Unite, il Presidente ugandese Yoweri Museveni e i rappresentanti delle maggiori ONG che operano in Uganda.

Secondo Judy Moore, direttrice di West Nile Refugee Response, ogni giorno dal Sud Sudan arrivano in Uganda circa 2.000 persone passando per il punto di controllo e monitoraggio di Bidi Bidi, ormai diventato il campo profughi più grande del mondo. Di questi almeno 100 sono bambini non accompagnati che hanno perso i genitori. 60.000 rifugiati al mese che si vanno ad aggiungere ai 900.000 già presenti in territorio ugandese e ai quali vanno aggiunti quelli in fuga dal nord-est del Congo sprofondato di nuovo in un turbinio di violenze. Una pressione insopportabile per la piccola e povera Uganda.

Parlando con alcuni responsabili di World Vision mi è stato riferito che la potente organizzazione cristiana da diverso tempo ha lanciato un allarme serio alle Nazioni Unite sui rischi che corre l’Uganda se all’ONU non si decidono in fretta a fare qualcosa. Per sopportare un flusso di profughi così imponente si ha bisogno di circa 6,3 miliardi di dollari, ma ONU e Unione Africana hanno fino ad ora stanziato solo il 16% di questa somma costringendo il Governo ugandese a immani sacrifici per accogliere chi fugge dalla guerra, garantire i viveri e soprattutto fare in modo che nei campi profughi non scoppino epidemie. Ma la già povera Uganda non può certo continuare a sopportare un peso simile da sola. Il rischio più grande e impellente è quello delle possibili epidemie che potrebbero scoppiare nei campi profughi della regione. Mancano i medicinali e l’impossibilità di garantire una forma di alimentazione a tutti rende i rifugiati ancora più debilitati di quello che sono esponendoli a gravi rischi sanitari. «E’ una bomba a orologeria» mi dice Zacharia Imeje, consigliere di World Vision Uganda. «Se non si farà presto qualcosa rischiamo di ritrovarci in una crisi umanitaria senza precedenti». Si segnala anche lo scarso interesse da parte della UE che pure è sempre stata molto attiva in Uganda con la sua agenzia per gli affari umanitari d’emergenza (ECHO).

L’Uganda non riesce più a sopportare da sola un così grande flusso di profughi e la situazione in Sud Sudan e in Congo non sembra certo migliorare nel breve periodo per cui si teme un peggioramento della situazione. Al Nord siamo nel mezzo della stagione piovosa (che va da aprile a ottobre) e la malaria imperversa nei campi profughi. Ci piacerebbe sapere dove sono quelli che dicono «aiutiamoli a casa loro».

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