Democrazia del Diritto o teocrazia dei giudici?

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Subito una premessa per stoppare i probabili attacchi sinistri: in questo gruppo di persone non ci sono berlusconiani, anzi, in molte occasioni abbiamo attaccato Berlusconi per la sua politica distruttiva ed egoistica (basta fare una ricerca sul sito per rendersene conto) che ha trascinato il Paese nell’abisso in cui si trova, ma da qui ad accettare che Berlusconi venga eliminato per via giudiziaria, ad accettare che un potere dello Stato (la Giustizia) possa interferire continuamente con un altro potere (quello politico) ce ne passa. E’ una questione di Diritto e prima ancora di civiltà democratica.

E veniamo quindi alla sentenza che ieri ha visto Silvio Berlusconi essere condannato a sette anni di carcere e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici. Qualcuno mi dovrebbe spiegare come può un giudice imparziale condannare l’imputato di un reato se la presunta vittima di quel reato sostiene che il reato stesso non c’è stato. E’ come condannare per omicidio una persona quando la vittima dell’omicidio è viva e vegeta. Lasciamo stare il fatto che si possa pensare che Berlusconi abbia in qualche modo pagato i testi o che la presunta vittima, la marocchina Karima El Mahroug in arte Ruby rubacuori, sia stata in qualche modo risarcita, in uno stato di Diritto non conta quello che si pensa o che si sospetta ma contano le prove e solo le prove. E dove sono le prove che Berlusconi ha pagato i testi e/o la presunta vittima?

Non è una questione da nulla perché qui si sta parlando di Diritto, anzi, si parla dell’ABC del Diritto. Politicamente si può e si deve accusare Berlusconi di essere il principale responsabile dei guai italiani, può essere accusato di aver fatto leggi ad personam o di aver condotto una vita poco consona a un capo di Stato, insomma, può essere accusato di tutto, ma quando si parla di Diritto non possiamo sorvolare allegramente su quelle che sono le basi del Diritto stesso perché è questo che fa la differenza tra una democrazia e un regime teocratico. Ieri Giuliano Ferrara sul sito de Il Foglio titolava “Milano, Teheran” accostando la Procura di Milano al regime teocratico degli Ayatollah. L’accostamento è ardito ma rende l’idea, perché quello che dobbiamo chiederci non è tanto se Berlusconi sia colpevole o meno, ma se ci sono le prove per stabilire che sia colpevole. E se le prove non ci sono ed è stato condannato per un sospetto, allora la giustizia italiana usa un metro del Diritto molto simile a quello dei tribunali degli Ayatollah che si basa sul sospetto prima che sulle prove. E se questo capitasse a un cittadino qualsiasi? Nessuno parla dell’uomo della strada che non si chiama Berlusconi ma che finisce nel tritacarne del sistema giudiziario italiano,ma ci sono e non sono pochi.

E allora, possiamo o no dirci preoccupati per lo stato di Diritto nel nostro Paese? Possiamo o no dirci preoccupati per la sempre più evidente compromissione di magistrati in politica, da Ingroia, Di Pietro in giù? Perché, se vogliamo essere chiari e imparziali, è difficile dire che dietro alla sentenza di ieri non vi siano ragioni politiche, e lo dice chi politicamente detesta Berlusconi. Ma se ieri è toccato a Berlusconi chi ci dice che domani non tocchi a un Renzi, a un Grillo o a uno qualsiasi dei politici che per qualche motivo non sia gradito ai magistrati? E’ una sorta di Jihad portata avanti con lo strumento della legge teocratica applicata non secondo il Diritto ma secondo gli interessi politici di un potere dello Stato che di interessi politici non ne dovrebbe avere.

Già da ieri i pasdaran anti-Berlusconi gioivano per la sentenza, ma c’è poco da gioire se si guarda quella sentenza fuori dal contesto politico ma sotto l’aspetto del Diritto, perché dimostra in maniera lampante che il Diritto stesso nel nostro Paese è interpretato da chi giudica e non applicato come invece dovrebbe essere. E quando il Diritto è interpretato e non applicato la democrazia è a rischio. Non è una bella cosa su cui gioire.

Ieri sera si discuteva sul fatto che se il processo a Berlusconi si fosse svolto negli Stati Uniti il Cavaliere non sarebbe mai stato condannato perché negli USA il Diritto è più importante del sospetto, che può essere anche certezza o ferma convinzione, ma che senza prove rimane un sospetto.

Ora quello che dobbiamo chiederci è se l’Italia ha bisogni di giudici che applichino il Diritto o ha bisogno di talebani che applicano la legge del sospetto.  Dobbiamo chiederci se la giustizia italiana è una giustizia giusta oppure è legata ai pregiudizi o alle convinzioni dei giudici. Dobbiamo chiederci se la separazione tra potere politico e potere giudiziario sia veramente reale o se il potere giudiziario non influisca su quello politico. Sono domande che dobbiamo porci perché non vorremmo che il nostro Paese si venga a trovare in mezzo a una Jihad giudiziaria dove il politico di turno sgradito a qualche giudice o che magari propone una riforma della giustizia che non piace alla casta dei giudici venga fatto fuori politicamente con mezzi impropri. E non dobbiamo evitare di porci queste domande solo perché questa volta è toccato a Berlusconi, dobbiamo porcele perché ne va della nostra democrazia.

Bianca B.

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