Dopo Charlie Hebdo: quella volontà di sottometterci che non possiamo accettare

Buongiorno dall’Europa sotto l’attacco dell’estremismo islamico-nazista. Come ci si sente a essere improvvisamente tirati dentro a una guerra che nessuno vorrebbe ma che adesso si è costretti a combattere? Come ci si sente a svegliarsi con la consapevolezza che fino ad oggi si sono tenuti gli occhi chiusi di fronte alla progressiva avanzata dell’estremismo islamico, che si è accettato di tutto, i loro diktat, le loro pretese e le loro offese senza battere ciglio per poi scoprire che nemmeno questo è riuscito a placare la loro sete di sangue?

Ci voleva l’attacco a Charlie Hebdo, cioè all’emblema della nostra libertà di espressione, per farci aprire gli occhi.

Non a tutti a dire il vero. Ieri sera c’era ancora chi sui social media faceva i distinguo, le ipotesi più assurde, chi scusava i macellai di Parigi perché «si però, se la sono cercata». Come se la sono cercata? Charlie Hebdo esprimeva la piena e consapevole libertà di stampa e di espressione di chi vive in una democrazia e sotto le leggi europee e non sotto la legge islamica. Perché quindi se la sono cercata?

[quote_center]”Io vivo sotto la legge francese. Non vivo sotto la legge islamica.”[/quote_center]

Le parole sono di Stéphane Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo in una intervista alla AP quando gli venne chiesto se non si sentisse in pericolo per le sue vignette su Maometto. In quelle parole c’è l’essenza della libertà di espressione in Europa, quella stessa libertà di espressione che da ieri è sotto attacco.

E badate bene, non vorrei sentire parlare di “lupi solitari” o di “pazzi psicopatici” come è avvenuto ieri nelle prime ore dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Già in passato si è evitato di parlare di terrorismo islamico per paura di innescare una reazione, già in passato ci si è dimenticati in fretta delle violenze islamiche, da Londra a Madrid passando per gli attentati alla scuola ebraica di Tolosa fino all’attacco al museo ebraico di Bruxelles. Persino gli ultimi attacchi in Canada e in Australia sono stati attribuiti a “semplici pazzi” quando invece avevano chiaramente una connotazione islamica. Le cose vanno chiamate con il loro nome e questo è terrorismo islamico.

Adesso abbiamo due scelte, possiamo fare come abbiamo sempre fatto fino ad oggi, cioè indignarci per due giorni e poi dimenticare (o far finta di dimenticare), oppure possiamo reagire consapevoli che la nostra democrazia, le nostre idee, che tutto il nostro mondo è sotto attacco da parte del fanatismo islamico. Se accettiamo di seguire la prima idea tanto vale arrenderci subito e forse finirà come predetto da Michel Houellebecq nel suo ultimo libro, “Sottomissione”, recensito proprio da Charlie Hebdo e in uscita ieri, dove l’autore si immagina una Francia sotto la Sharia. Se invece decidiamo di reagire non lo possiamo fare con delle mezze misure, dobbiamo affermare con forza che la nostra vita si basa sui Diritti Fondamentali e pretendere dai musulmani che tali principi vengano rispettati. Se vogliono abitare in Europa devono rispettare le leggi europee e non la legge islamica. Se non vogliono, se ne vadano nei loro califfati. Ma così non può andare avanti. Per dirla come Stéphane Charbonnier: “o vivono sotto le leggi europee o vanno a vivere sotto la legge islamica”.

L’attentato a Charlie Hebdo è un attacco vero e proprio alla democrazia, alla nostra democrazia. E’ il tentativo di sottometterci con la forza, di chiudere le bocche di chi contesta il fanatismo islamico (e religioso più in generale) e questo non può passare per l’ennesima volta nel dimenticatoio. Questa volta una reazione deve esserci, altrimenti arrendiamoci subito e buona notte alla democrazia.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Carlotta Visentin

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