Ecco la Turchia che la Ashton e la Bonino vogliono in Europa

Several hundred Turkish journalists, som

La Turchia in Europa? Catherine Ashton e il nostro Ministro degli Esteri, Emma Bonino, sono fermamente intenzionate a promuovere l’ingresso nella Turchia nell’Unione Europea e questo nonostante la gravissima repressione delle manifestazioni pacifiche a cui si è assistito ultimamente. Ma non è tutto, a darci un quadro della attuale situazione turca rispetto ai Diritti e alla democrazia  ci pensano alcuni giornalisti turchi e il Committee to Protect Journalists, una organizzazione internazionale per la tutela della libertà di stampa.

L’occasione l’ha fornita il 105° anniversario della cancellazione della censura in Turchia, dove fino al 1908 ogni documento, articolo, libro ecc. ecc. doveva passare sotto l’occhio attento dei funzionari ottomani, anniversario che ricorreva proprio ieri.

Ebbene, secondo il Committee to Protect Journalists la Turchia è uno dei Paesi che imprigiona il maggior numero di giornalisti per reati di opinione o semplicemente perché criticano il regime islamico di Erdogan. Solo nel 2012 i giornalisti turchi imprigionati per aver contestato il regime islamico turco sono stati 49, di questi la maggioranza è accusata strumentalmente di appartenere a “organizzazioni nemiche dello Stato turco”, una scusa usata dal regime di Erdogan per detenere lungamente i giornalisti che gli sono contrari. Spesso i giornalisti imprigionati subiscono vere e proprie torture.

Se visto da un occhio esterno il sistema informativo turco può apparire del tutto democratico, dicono al Committee to Protect Journalists, visto che vi sono 36 stazioni radio, 23 televisioni e 37 giornali (senza contare i tantissimi media locali). Tuttavia è un sensazione falsa perché tutto questo immenso apparato informativo è praticamente al servizio del regime ed praticamente impossibile che qualcuno osi contestare Erdogan perché si ritroverebbe oscurato il giorno dopo. Chi lo ha fatto è stato imprigionato oppure oscurato nel volgere di pochissimo tempo. La maggioranza dei media turchi è di proprietà di società che fanno affari con il regime di Erdogan o ne sono direttamente controllate. Quelle che si potevano considerare testate indipendenti o “alternative” sono state oscurate o fatte fallire. E’ un sistema molto raffinato di controllo pressoché totale della informazione che rende tutto il sistema informativo turco tutt’altro che democratico.

Una chiara dimostrazione del controllo del regime sui media lo abbiamo avuto durante le ultime manifestazioni contro Erdogan. Mentre i media tradizionali tendevano a non raccontare le manifestazioni di dissenso o addirittura a oscurarle completamente, sui social media (Twitter e Facebook in particolare) impazzavano immagini, video e testimonianza della durissima repressione del regime sui manifestanti pacifici. Così dall’esterno si poteva valutare cosa stesse accadendo mentre i turchi, salvo quelli che usano i social media che sono una minima parte, non ne sapevano niente. Non è un caso che proprio Erdogan ha definiti Twitter “un pericolo per la democrazia”, la sua democrazia.

Thomas Jefferson, in una lettera del 1786 indirizzata a John Jay diceva che “la nostra libertà non può essere salvaguardata se non con la libertà della stampa, né questa può essere limitata senza il pericolo di perderla”. Nel contesto turco le parole di Jefferson sono come una lama calda nel burro e mostrano quando poco democratica sia la Turchia del Saladino Erdogan se si prende la libertà di stampa come metro di misura.

Ecco quindi uno spaccato (ma davvero non è tutto) della Turchia che Catherine Ashton ed Emma Bonino vorrebbero vedere entrare in Europa, un regime totalitario mascherato da democrazia dove i media sono asseriti al potere (qui veramente, non come afferma Grillo per l’Italia) e chi non è asserito al regime viene incarcerato e immediatamente oscurato. Non c’è che dire, un bell’esempio di democrazia.

Sharon Levi

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