Elezioni Iran: nessuna speranza di cambiamento

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Oggi in Iran ci saranno le elezioni che dovranno dirci chi sarà a sostituire Mahmud Ahmadinejad nel ruolo di fantoccio del Grande Ayatollah Ali Khamenei. In realtà fa poca differenza come si chiamerà il nuovo Presidente iraniano, potrebbe essere anche Paperino, il problema sta al vertice non nei suoi uomini di rappresentanza.

Quattro anni fa dopo le elezioni presidenziali caratterizzate da imponenti brogli a favore di Ahmadinejad, milioni di giovani iraniani scesero in piazza per chiedere dove fosse finito il loro voto, un voto che era andato ai due candidati riformisti (o meno estremisti) che allora erano Mehdi Karrubi e Mir Hosein Musavi. La repressione del regime, tutt’ora in corso, fu devastante. Centinaia di morti, migliaia di feriti, oltre 10.000 persone incarcerate di cui oltre 2.000 sono ancora in carcere, almeno 800 persone di cui non si sa più nulla. Quei sacrifici non furono solo inutili, di fatto hanno dato la scusa al regime per stringere ancora di più il cappio intorno al collo della dissidenza tanto che oggi, quattro anni dopo, si può parlare di dissidenza evaporata.

In realtà la dissidenza iraniana è ancora vitale, in particolar modo all’estero, solo che non ha più margini di manovra all’interno dell’Iran e, soprattutto, non ha un candidato indicativo. Qualcuno indica in Hassan Rohani il candidato dei laici e riformisti, ma anche le sue idee non sono poi così diverse da quelle di Ahmadinejad. L’unica differenza significativa è che sarebbe (il condizionale è d’obbligo) più aperto alle riforme sui Diritti Umani e sui Diritti delle Donne.

Ma, come detto, chiunque sarà il successore di Ahmadinejad non farà differenza. Il potere reale è nelle mani del clero rappresentato da Ali Khamenei e da li non si sposterà. Mahmud Ahmadinejad ha cercato in questi ultimi anni di sottrarre potere agli Ayatollah senza però riuscirci e, anzi, pagando caro il suo tentativo con un isolamento politico evidente e la bocciatura del suo delfino, Esfandiar Rahim Mashaei. Non che sarebbe cambiato qualcosa se una parte del potere fosse passata in mano di quel criminale internazionale che è Ahmadinejad, ma il tentativo in termini politici è comunque significativo.

Dunque non capisco le aspettative e le speranza di alcuni importanti esponenti occidentali in queste elezioni che saranno, come le precedenti, una vera e propria farsa. Nulla cambierà in Iran fino a quando il potere reale rimarrà in mano a Khamenei e agli Ayatollah, chiunque sia il Presidente. E se qualcuno dovesse sperare in una ripresa dei moti giovanili che caratterizzarono il post-elezioni nel 2009 si metta pure il cuore in pace. Nel timore che ciò avvenga il regime nelle ultime settimane ha stretto ancora di più il cappio della repressione preventiva incarcerando decine di dissidenti e potenziando ulteriormente l’apparato dei Bashij.

Personalmente credo che il mondo occidentale dovrebbe guardare in faccia la realtà e cioè che per cambiare qualcosa in Iran bisogna abbattere gli Ayatollah. Non c’è un’altra strada da percorrere e non saranno certo delle elezioni farsa a farlo. I giovani iraniani sono pronti al cambiamento, ma sono isolati da tutti, dal regime e dalla comunità internazionale che, come quattro anni fa, non li appoggia se non a parole.

E allora lasciamo perdere queste elezioni in Iran che non cambieranno nulla e aspettiamo gli eventi a venire preparandoci però a sostenere attivamente i giovani iraniani nel caso che tra qualche mese (o settimana) accada qualcosa in grado veramente di scuotere alla base il potere degli Ayatollah. Questa volta non possiamo davvero farci sfuggire questa possibilità.

Adrian Niscemi

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