Giornalisti palestinesi uccisi da Israele? Una notizia del tutto inventata

Su un sito italiano è apparso di recente un articolo intitolato “la strage dei giornalisti palestinesi a Gaza” nel quale in maniera molto furba e subdola si afferma (non si insinua) che Israele avrebbe deliberatamente preso di mira una lunga serie di giornalisti palestinesi e che addirittura il reporter italiano Simone Camilli sarebbe stato vittima di una specie di trappola tesa dai perfidi israeliani. Non si sa per quale motivo Israele lo avrebbe fatto dato che le peggiori informazioni sulla guerra a Gaza arrivano dai media occidentali (vedi Rai News 24), ma siccome l’accusa è gravissima siamo andati a analizzare l’articolo focalizzandoci sull’accusa specifica (sul resto lo faremo) preoccupati che Israele violasse il Diritto alla informazione e che addirittura facesse “targeting” sui giornalisti palestinesi (e italiani).

Le fonti

L’articolo cita diverse fonti alle quali si attribuisce giustamente molta credibilità. Solo che non è proprio così o perlomeno in molti casi ci sono diverse forzature. Per esempio, molte delle fonti hanno semplicemente ripreso comunicati di Hamas il che già le rende quantomeno di parte. Si cita l’Huffington Post che però cita “molteplici rapporti dalla zona di guerra” un modo elegante per dire “fonti palestinesi”. Stesso discorso per il The Guardian che cita espressamente come fonti “un ufficiale sanitario Palestinese” e il “sindacato dei giornalisti palestinesi”. Più subdolo l’episodio citato associato alla fonte della International Federation of Journalists (IFJ) che anche in questo caso prende come fonte il sindacato dei giornalisti palestinesi, solo che questa volta l’autore dell’articolo ci mette del suo quando afferma che «l’aviazione israeliana bombarda il mercato di Shojayah, in pieno pomeriggio, durante la “finestra umanitaria” di sospensione dei bombardamenti. Sameh Al-Aryan, 26enne, di Al-Aqsa TV Channel, e Rami Rayan, 25enne, del Palestinian Media Network, si recano sul posto per documentare l’accaduto. L’aviazione israeliana ritorna una seconda volta, colpendo il mercato mentre sono in corso le operazioni di soccorso». Questo fatto non solo non è riportato dalla fonte citata dall’autore dell’articolo che parla di “incidente” e nemmeno dal pur di parte Sindacato dei Giornalisti palestinesi, ma sarebbe una notizia in esclusiva dell’autore dell’articolo perché non è noto a nessuno che l’aviazione israeliana abbia bombardato un qualsiasi obbiettivo durante le finestre umanitarie mentre è noto il contrario, cioè che Hamas ha bombardato Israele durante le tregue. Andando avanti nella lettura dell’articolo e nella verifica delle fonti questo è uno schema che si ripete all’infinito, si cita una fonte autorevole che a sua volta cita fonti palestinesi (Hamas), cioè si da autorevolezza a informazioni distribuite da Hamas attraverso i suoi media. Ma il massimo di se l’autore dell’articolo lo da quando parla della morte del reporter italiano Simone Camilli. Qui è chiaro che l’autore dell’articolo confida parecchio nell’ignoranza di chi legge perché afferma che «una squadra di artificieri palestinesi cerca di disinnescare una bomba inesplosa a Beit Lahiya, nel nord di Gaza. La bomba ha però un secondo innesco sconosciuto ai pur esperti artificieri: la sua esplosione li uccide. Assieme a loro sono colpiti e uccisi il giornalista italiano Simone Camilli, che documentava col proprio lavoro le condizioni di vita a Gaza, e il fotografo e interprete Ali Abu Shehda Afash, ambedue dell’Associated Press ». Ora chiunque si intenda un po’ di armi sa benissimo che missili, colpi di mortaio o colpi di artiglieria hanno un solo innesco posizionato ai vertici dell’ogiva. Un secondo innesco è prerogativa delle trappole esplosive. Quindi le ipotesi sono due: o gli “artificieri” non sapevano cosa stavano facendo e hanno innescato l’unico detonatore, oppure stavano disinnescando una trappola messa li da Hamas (ce ne sono a centinaia). In ogni caso la notizia è totalmente inventata.

I presunti giornalisti uccisi

Nell’articolo si elencano i nomi dei presunti “giornalisti uccisi” e si afferma che «l’esercito israeliano (IDF) fa opera di “targeting” nei confronti dei giornalisti». A parte che alcuni di loro non erano nemmeno giornalisti ma semplici autisti od operatori, molti dei nomi citati nell’articolo sono inseriti nelle liste degli appartenenti ad Hamas, molti di loro sono deceduti a seguito di incidenti perché si trovavano nelle vicinanze di target militari. Non c’è una sola prova che siano stati uccisi deliberatamente anche perché se proprio si voleva colpire l’informazione si sarebbero colpiti altri tipi di target, non anonimi elementi di nessuna importanza. Anche in questo caso si vuole fare una forzatura che non sta né in cielo né in terra.

La strategia collaudata della disinformazione

Siamo di fronte all’ennesimo caso di “strategia della disinformazione” dove si prendono fonti autorevoli spacciandole come fonti reali delle informazioni per dare credibilità alla disinformazione quando in effetti queste fonti riprendono semplicemente informazioni distribuite da Hamas. E’ un po’ quello che succede con l’Onu che parla di oltre 2.000 “civili innocenti” uccisi distribuendo di fatto un dato fornito loro da Hamas e solo da Hamas.

Ci spiace dover parlare di queste cose. Nella informazione moderna ci sta di prendere cantonate o di dare credito a una fonte piuttosto che a un’altra, è successo anche a noi e abbiamo rettificato. Ci può anche stare di prendere posizione a favore di uno o dell’altro dando credito a fonti di una parte o dell’altra. Ma qui non siamo di fronte a un errore, non siamo di fronte alla malriposta fiducia in una fonte piuttosto che in un’altra, qui siamo di fronte a un deliberato tentativo di distorcere la verità, siamo alla diffusione di notizie del tutto inventate e senza alcun riscontro con lo scopo di danneggiare e diffamare deliberatamente un esercito regolare che combatte contro una forza terrorista.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Bianca B.

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