Il Diritto Internazionale applicato al conflitto israelo-palestinese

Quando si parla di conflitto israelo-palestinese è immancabile parlare di Diritto Internazionale e di legge internazionale. Le accuse di violare il Diritto internazionale sono da ambo le parti praticamente quotidiane e proprio in questi giorni l’Onu è chiamato a stabilire se durante l’ultima guerra a Gaza (operazione Margine Protettivo) Israele ha violato o meno il Diritto internazionale. Ma guardiamo cosa dice la legge internazionale anche con l’aiuto di uno dei maggiori esperti al mondo, l’ex procuratore generale delle forze armate norvegesi, Arne Dahl Willy (in coda trovate i link al suo articolo originale e tradotto in inglese dal quale abbiamo preso questi spunti di riflessione).

Uso della forza sempre vietato, ma…..

Il Diritto Internazionale vieta in linea generale l’uso della forza per risolvere le controversie. Unica eccezione ammessa sono i casi di auto-difesa. Il lancio di razzi che trasportano materiale esplosivo attraverso la frontiera rappresenta un chiaro esempio di attacco armato. Anche nel caso di attacchi isolati le contromisure sono ammesse purché venga applicato il cosiddetto “principio di proporzionalità” di cui parleremo in seguito.

Principio di proporzionalità

Si intende “risposta proporzionata” quella risposta armata che implica un rapporto ragionevole tra provocazione e risposta. Tuttavia, come nel caso dell’ultima guerra di Gaza, quando la provocazione supera certi limiti la risposta può essere tale da rendere del tutto innocui i provocatori e far si che le provocazioni (o attacchi) non si ripetano in futuro. Nel caso dell’operazione “Margine Protettivo” il fatto che Israele si sia fermato prima di aver reso innocuo Hamas è quindi una risposta non proporzionale ma nella sua interpretazione negativa, cioè la risposta è stata inferiore a quella che doveva/poteva essere. In caso di conflitto armato aperto non si applica nessun principio di proporzionalità per quanto riguarda le truppe nemiche che chiaramente si devono rendere perfettamente riconoscibili rispetto ai civili. Nel caso in cui questo non avvenga la responsabilità delle vittime civili è quindi da attribuirsi alla parte in conflitto che non si è resa riconoscibile (quindi nel caso della guerra di Gaza ad Hamas).

Vittime civili

Il Diritto Internazionale è molto rigido per quanto riguarda le vittime civili tuttavia viene specificato che c’è differenza tra civili veri e propri e civili che partecipano al conflitto. Nel caso di Gaza l’impossibilità da parte dell’esercito israeliano di identificare con chiarezza i civili veri e propri dai miliziani di Hamas fa ricadere tutte le colpe per le vittime civili su Hamas in quanto tecnicamente i civili, anche quelli usati come scudi umani, partecipano al conflitto. Il Diritto Internazionale poi ammette che in un conflitto gli incidenti possano accadere e che un numero non specificato di civili possa ragionevolmente rimanere ucciso durante i combattimenti, ma anche in questo caso il Diritto Internazionale fa distinzione tra chi ha scatenato la guerra e chi porta avanti un conflitto per difendersi (anche se preventivo). Infatti il Diritto internazionale attribuisce con chiarezza la colpa delle vittime civili a chi ha scatenato il conflitto in quanto “doveva prevedere una qualche forma di reazione”. Lo stesso principio di responsabilità si applica nel caso di attacchi a strutture civili che però ospitano militari/miliziani nemici o, come nel caso di Gaza, sono state trasformate in legittimi obbiettivi militari ponendo al loro interno armi o comandi militari. Anche in quel caso la responsabilità (sempre parlando della operazione Margine Protettivo) è da identificarsi in Hamas.

Scudi umani

L’uso di scudi umani, anche se volontari, è vietato dal Diritto Internazionale per cui Hamas usando i civili come scudi umani (anche nel caso essi siano volontari) commette un crimine di guerra. Tanto più che, come abbiamo visto, c’è l’effettiva impossibilità a distinguere i civili dai miliziani. Tuttavia la questione è piuttosto controversa perché se è vero che chi usa scudi umani commette un crimine di guerra anche la controparte dovrebbe però evitare di attaccarli. E qui nasce la controversia tra chi afferma che gli scudi umani, volontari o meno, nel momento in cui si adoperano con il loro corpo per proteggere strutture militari diventano automaticamente un parte attiva del conflitto, e chi, al contrario, afferma che comunque quegli scudi umani rimangono a tutti gli effetti dei civili. Su questo le interpretazioni si sprecano ma crediamo che la soluzione stia nella stessa definizione che da della parola “civile” il Diritto Internazionale: un civile non deve portare alcun tipo di arma e non deve partecipare in alcun modo al conflitto. Se quindi uno scudo umano messo a difesa di obbiettivi militari con il suo comportamento diventa parte attiva del conflitto non è più un civile.

In conclusione, quando si parla di conflitto israelo-palestinese o più in generale di Israele si fa un gran parlare di Diritto Internazionale, spesso con interpretazioni del tutto casuali. Il Diritto Internazionale invece è ben altra cosa ed è regolamentato in quasi tutti gli aspetti da norme precise e severe. Quello che rimane ancora da scoprire e che stupisce considerevolmente è come sia possibile che tutti chiedano a Israele di rispettare il Diritto Internazionale, cosa che avviene puntualmente, ma nessuno chiede altrettanto ad Hamas.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Maurizia De Groot Vos

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