Il fallimento della democrazia in Sud Sudan

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A poco più di due anni dalla sua indipendenza il Sud Sudan non è ancora uno Stato democratico. Il perenne stato di guerra ne rallenta non solo lo sviluppo ma anche la democratizzazione dando a chi governa la “scusa” per non promulgare quelle leggi che sarebbero indispensabili per la costruzione di una moderna democrazia.

Ne ho parlato con alcuni giornalisti sud-sudanesi durante la commemorazione dell’omicidio di Isaiah Abraham (nome completo Isaiah Diing Abraham Chan Awuol), un famoso giornalista sud-sudanese ucciso il 5 dicembre 2012 presumibilmente per aver scritto un articolo di critica molto duro verso il Governo.

I giornalisti, tutti giovanissimi, mi disegnano un quadro della supposta democrazia sud-sudanese alquanto diverso da quello che appare dall’esterno o leggendo i tipici media del Sud Sudan. Prima di tutto contestano al Presidente, Salva Kiir, di non aver mantenuto alcuna promessa di quelle fatte oltre due anni fa alla nascita della Repubblica del Sud Sudan (9 luglio 2011). Salva Kiir promise un rapido sviluppo del Sud Sudan ma soprattutto promise una serie di leggi democratiche che allo stato attuale sono rimaste sulla carta. In particolare i giovani giornalisti, molti dei quali parlano un ottimo inglese e hanno studiato in Europa e in Israele, mi dicono che la libertà di stampa promessa da Salva Kiir è rimasta una utopia e che il Governo controlla sostanzialmente tutti i media. Loro per scrivere e raccontare della verità sul Sud Sudan sono costretti a scrivere su internet e su siti web basati all’estero, articoli che pochissimi sud-sudanesi riescono a leggere. Così Salva Kiir fa passare solo i messaggi che vuole nascondendo la verità.

E qual è la verità sul Sud Sudan? Nei prossimi giorni pubblicheremo un dettagliato rapporto sulla attuale situazione sud-sudanese ma per racchiudere il tutto in una sola parola possiamo affermare che è disastrosa.  Lo sviluppo è un eufemismo. Solo nella capitale, Juba, e in pochissime altre città c’è un servizio elettrico degno minimamente di questo nome. Le vie di comunicazione sono a livello di due anni fa (e in alcuni casi addirittura peggiori). Le strade fatte dai cinesi nel 2012 sono delle vere e proprie trappole. Le due centrali idroelettriche previste nell’alto corso del Nilo Bianco sono rimaste sulla carta e i soldi, stanziati da World Bank, spariti nel nulla. Senza energia elettrica tutte le attività produttive e commerciali presenti al di fuori dei grandi centri non possono sopravvivere (loro, per farmi capire, mi fanno l’esempio degli allevatori che non possono macellare il bestiame perché senza celle frigorifere non possono vendere a più di 20 Km di distanza). E poi c’è tutta una serie di realtà produttive che per operare devono pagare dazio alle autorità. Alcune volte i dazi sono legali, altre volte sono vere e proprie tangenti. Secondo i giornalisti la corruzione è dilagante. E poi, ma qui ci faremo un discorso a parte molto più dettagliato, c’è la questione dei frutti derivanti dalla vendita del petrolio che, come promesso da Salva Kiir, dovevano servire allo sviluppo del Paese. Ebbene, di quei frutti se ne sono perse le tracce e di certo non vengono usati per lo sviluppo. Poche le scuole e solo nelle città. Il Diritto allo studio è rimasta una mera promessa.

Insomma, mi sono trovata davanti a un Paese che in due anni non ha fatto passi avanti o ne ha fatti pochissimi, un Paese molto lontano da quella che era la visione di John Garang che fino alla sua morte lottò per trasformare il Sud Sudan in un Paese indipendente e in una moderna democrazia. Un fallimento di cui nei prossimi giorni ne renderemo conto. Intanto guardando questi giovani e attivissimi giornalisti mi viene da pensare che una speranza c’è.

Miriam Bolaffi

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