Intervista con Shimona Edith Besozzi autrice di “Sono Sionista”

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Adrian Niscemi ha intervistato in esclusiva per Rights Reporter Shimona Edith Besozzi, autrice dello splendido libro “Sono Sionista” (distribuito da Belforte Editore), un libro che ho letto davvero tutto d’un fiato, con le presentazioni di Ugo Volli e Deborah Fait che centrano in pieno il messaggio che Shimona ha voluto lanciare con questo libro che non esito a definire un capolavoro. Avrei voluto fare una recensione del libro molto accurata che facesse da prefazione alla importantissima intervista ma vista la lunghezza del dialogo e, soprattutto, l’importanza dei contenuti di questo dialogo tra in nostro Niscemi e Shimona preferisco farlo separatamente e in maniera più approfondita. Permettetemi però di dire senza alcuna retorica che “Sono Sionista” è un libro assolutamente da leggere per chi vuole veramente e sinceramente approfondire le tematiche che riguardano il sionismo e cosa esso rappresenti e per chi voglia guardare al Medio Oriente con occhio preparato. “Sono Sionista” non è un libro “solo per sionisti” ma per tutti coloro che vogliono “capire” in maniera chiara e senza pregiudizi e leggendo l’intervista che segue ve ne renderete conto. (Maurizia De Groot Vos)

Adrian Niscemi – Il suo libro è la cronologia di fatti, avvenimenti e riflessioni personali riferiti a un periodo ben definito che è quello della guerra tra Israele e Hamas del 2014. Per quale motivo Lei ha ritenuto di dover fare riferimento a quello specifico arco temporale per “ribadire” il suo essere sionista?

Shimona Edith Besozzi – Ho sentito di dover ribadire il mio essere sionista facendo in modo che questo fosse anche un attraversamento della mia vita, che potesse divenire una condivisione con chi mi legge. Per me è importante che vengano abbandonati i pregiudizi e le distorsioni che accompagno la parola “sionista”, e per fare questo ho pensato di raccontare cosa significa rivendicare il diritto all’autodeterminazione del mio popolo nella propria terra attraversando gli accadimenti. Purtroppo il conflitto, l’aggressione da parte islamica, sia attraverso vere e proprie guerre che attraverso il terrorismo sono una condizione ricorrente che è determinata, in particolare quando assume le caratteristiche viste nel 2014, dal fatto che l’opinione pubblica internazionale, l’Onu e molti singoli paesi non riconoscono la legittimità all’esistenza d’Israele e non condanno con risolutezza le aggressioni che Israele continua a subire. Per questo motivo ho scritto attraversando quel conflitto.

D. Nella sua presentazione Lei afferma che «Spesso una parola può assumere significati molto diversi da quello reale, questo è accaduto alla parola Sionismo ed è uno dei tanti travisamenti che contraddistinguono una palese, chiassosa e violenta campagna antisemita». Premesso che mi trova pienamente d’accordo, potrebbe racchiudere in poche sintetiche parole il vero concetto di Sionismo e se crede che questo concetto possa essere applicato anche ai non ebrei?

R. Il Sionismo è un movimento nato in seno al popolo ebraico volto a rivendicarne il diritto all’autodeterminazione nella Terra d’Israele. Il legame con la Terra d’Israele è elemento centrale e costitutivo dell’identità ebraica. L’anelito al ritorno è parte della vita ebraica, qualunque ebreo, anche non particolarmente osservante, si confronta con la propria relazione con la Terra d’Israele. Credo sia qualcosa di peculiarmente ebraico in termini di essenza e significato ma non per questo esclude chi non è ebreo. Si può sicuramente essere sionista, riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico in Eretz Israel e condividere il progetto sionista nella sua essenza e nella sua etica fondante, senza essere ebrei.

D. Nella presentazione del suo libro il Prof. Ugo Volli dice che quello che lo ha colpito maggiormente è stata la sua capacità di andare oltre la polemica e di far prevalere l’amore sulla dialettica. Volli lo definisce “un libro al femminile”. Quanto si riconosce in questa definizione e secondo lei quanto è importante un “sionismo al femminile”?

R. Scrivo partendo da me, dalla mia esperienza, credo che questo conferisca al testo il carattere d’essere “al femminile”. Israele è luogo di libertà (possiamo considerare in tal senso l’enorme percentuale di donne con un’altissima qualifica, come anche la nomina di Golda Meir a primo ministro, in anticipo assoluto su qualunque altro paese), ma è anche luogo di specificità femminile (la tradizione ebraica prevede che il ruolo della donna sia diverso, non inferiore né superiore ma altro rispetto all’uomo). Le donne contribuirono alla rinascita dello Stato d’Israele in maniera fattiva e tutt’ora sono fondamentali ad ogni livello. Non c’è campo dal quale siano escluse. Credo che molto raramente sia possibile vedere in maniera così chiara quanto la diversità femminile possa essere ricchezza, libertà, sviluppo. Il popolo è composto da uomini e donne che traducono la propria azione, il proprio amore, la propria autodeterminazione in maniera specifica rendendo il sionismo ricco di queste peculiarità. Senza partecipazione femminile, a mio parere, un popolo non riesce ad autodeterminarsi.

D. Presentando il suo libro Deborah Fait dice che «In Israele Edith scopre una nazione giovane e antichissima, proiettata verso il futuro ma con profonde radici nel suo passato millenario. Scopre che in Israele si è realizzato, caso unico al mondo, il Socialismo vero e libero, che si mette in discussione, che lavora, dove chi è meritevole viene premiato e gratificato». E’ veramente così? Il sionismo è veramente la rappresentazione di un moderno socialismo?

R. Il movimento dei kibbutzim ha dato vita al socialismo vero. Credo sia l’unico esempio al mondo in cui è stato realizzato il progetto socialista a pieno perché su base volontaria. Il sionismo ha in sé tutte le anime, non soltanto quella socialista. La cosa straordinaria è che ognuna di queste anime: socialista, liberale, religiosa, nazionalista coesiste con le altre in maniera dinamica e positiva. Ciò è possibile perché, secondo me, le basi etiche e morali sono solide ed il legame che unisce il popolo ebraico è un legame concreto e fattivo che si mostra nella profonda solidarietà e vitalità, palpabile da chiunque trascorra un poco di tempo in Israele.

D. Andando nello specifico del libro, Lei nel capitolo V fa una ottimo e molto intelligente accostamento tra un episodio di tentata violenza carnale dal quale la donna (Lei n.d.r.) si difende finendo poi per passare da aggredita ad aggressore, alla attuale situazione che vive Israele dove quotidianamente viene capovolta la verità dai media internazionali e immancabilmente l’aggredito diventa aggressore. Mi ha colpito moltissimo il racconto di questo episodio perché a un certo punto Lei si chiede: «per costruire la pace cosa avrei dovuto fare? Mi sarei dovuta far violentare?». Crede che questa sia la richiesta che fa la comunità internazionale a Israele? Farsi “violentare” per raggiungere la tanto agognata pace? E come dovrebbe reagire Israele?

R. Credo di sì. La comunità internazionale fondamentalmente sta chiedendo ad Israele di sparire. La pigrizia mentale, nella migliore delle ipotesi, di chi non ha voglia di approfondire e conoscere per farsi un’opinione e preferisce credere alle bugie, l’odio antiebraico, nella peggiore delle ipotesi, che pervade spesso “il racconto” dei fatti che accadono in Israele sta dando vita ad un odio feroce quanto ingiustificabile, nei confronti d’Israele. Israele ha il diritto ed il dovere di difendersi, in Eretz come in diaspora. Occorre dire la verità, occorre denunciare con fermezza le diffamazioni, pretendere dei correttivi per esempio negli standard di alcuni social che pare tollerino la violenza contro gli ebrei e molto meno quella contro gli arabi… insomma c’è molto da fare, Israele è un piccolissimo paese ma sono fiduciosa che, insieme agli amici leali e disinteressati che riempiono il mondo, saprà far trionfare la verità. Certamente non sparirà e sta facendo il possibile per mantenere la propria natura libera, multiculturale, dinamica e aperta. Elemento questo sostanziale perché il terrorismo, l’odio, la diffamazione non trionfino.

D. Nel capitolo IX Lei si sofferma su Gerusalemme e parla di “ristabilire la verità storica”. Lei dice che serve «ridare un ordine reale agli avvenimenti della storia per evitare di cadere nella mistificazione oppure, peggio, nella propaganda più becera, una propaganda che porta solo a morte, odio e violenze senza fine». Quanto ritiene sia importante ristabilire la verità storica e quanto crede possa incidere su chi distorce volontariamente la storia per nuocere a Israele attraverso una feroce propaganda di delegittimazione? Come pensa che si possa contrastare la “becera propaganda” di chi comunque è perfettamente conscio del fatto che sta stravolgendo la verità storica ma non se ne cura? E quanto incidono, secondo Lei, gli stravolgimenti storici sull’immagine che il mondo ha di Israele e del sionismo?

R. Purtroppo incidono pesantemente. Non solo gli stravolgimenti storici ma anche il fatto che l’occidente nutre un profondo e non abbastanza sondato senso di colpa nei confronti del popolo ebraico, per la Shoah ma anche per tutte le persecuzioni che hanno attraversato i due millenni di diaspora. Questo senso di colpa porta le persone ed i paesi a vivere la presenza ebraica, sia essa interna o come nazione in Israele, con un profondo fastidio. Fare i conti con il fatto di avere lasciato accadere sei milioni di morti può essere insopportabile, cosa c’è di meglio che inventarsi un popolo e fare in modo che questo divenga la vittima degli ebrei così da poter rimuovere il proprio senso di colpa e farlo ricadere sulle vere vittime, gli ebrei, Israele? La storia ci racconta di una moltitudine di sopravvissuti alla Shoah che piuttosto che farsi annichilire dall’atrocità di quanto subito hanno reagito e hanno reso fertile il deserto e per farlo hanno dovuto combattere contro gli eserciti di tutte le nazioni arabe, hanno dovuto salvare quasi una persona per volta perché la comunità internazionale non consentiva ai sopravvissuti di mettersi in salvo allontanandosi dai luoghi nei quali anche dopo la guerra se tornavano venivano uccisi, come è accaduto in Polonia. Ciò che i delatori raccontano è che gli ebrei avrebbero usato il senso di colpa del mondo per poter avere uno stato. E questo è uno dei tanti esempi… La storia, la memoria è necessaria. Fare autocritica è fondamentale perché davvero non accada più. Per fare che questo avvenga è essenziale quello che fate voi attraverso la vostra testata, quello che fanno altri, nella medesima direzione, la diffusione di documenti, filmati, la volontà costante di ribattere sono essenziali. A mio avviso un poco per volta le cose possono cambiare ma ci vuole costanza ed impegno.

D. In un altro passaggio particolarmente brillante intitolato “SOS TATA – SERVONO REGOLE PER I PALESTINESI” lei dice che «Se si vuole essere popolo bisogna crescere, bisogna diventare grandi e assumersi le proprie responsabilità. Sembra che per il mondo i palestinesi siano degli eterni bambini, quindi forse necessitano di una tata». Mi ha colpito particolarmente la definizione (molto azzeccata) di “eterni bambini” abbinata a una metafora sulla educazione dei giovani che in mancanza di regole sono portati verso la violenza. Quali ritiene dovrebbero essere le regole da applicare/imporre ai “palestinesi”?

R. Quelle che vengono applicate agli ebrei e a qualunque altro popolo. Io credo che ogni essere umano sia meraviglioso e prezioso, ho profondo rispetto per ogni persona per questo se pretendo da me stessa qualcosa lo pretendo anche dall’altro verso di me. Se mi accontentassi di meno vorrebbe dire che non lo considero avere caratteristiche umane. A questo si aggiunge la dimensione collettiva di popolo e nazione che presuppone un ulteriore passaggio, quello di essere responsabili gli uni per gli altri. I palestinesi non si sono assunti la responsabilità di costituire uno stato perché, secondo me, non avevano alcun interasse a farlo, si lasciano usare da altri paesi arabi in funzione antiebraica, non si assumono mai la responsabilità di prendere una decisione, nessun piano offerto loro per autogovernarsi è mai stato accettato, neppure quello con il quale veniva offerto quasi il 100% delle loro richieste, ricevono in proporzione dalla comunità internazionale (quindi dalle nostre tasse) più denaro di qualsiasi altro “popolo” nel mondo e non hanno costruito nulla, hanno soltanto distrutto. Se ciò che riesce ad unirli e muoverli è soltanto l’odio nei confronti degli ebrei non credo riusciranno mai a combinare nulla. Basta vedere dove l’odio ha portato Hitler…

D. Mi vorrei soffermare con particolare attenzione al capitolo XII del suo libro intitolato “STORIA, NON FANTASTORIA” dove Lei sintetizzando afferma che «La diffamazione che diventa storia, sdoganando il pregiudizio antisemita tra i banchi di scuola, attraverso la più becera propaganda a favore del terrorismo trasformato in lotta di liberazione». In quel capitolo Lei ripercorre con dovizia di particolari il trasformismo di certi “docenti” che hanno trasformato il terrorismo in lotta per la liberazione arrivando addirittura a «singolari parallelismi tra la lotta di liberazione algerina contro la Francia e il terrorismo di questa pseudonazione palestinese contro Israele». Come pensa che si potrebbero contrastare i deliri di certi “docenti” che hanno la grande responsabilità di formare le nuove generazioni e che a causa del loro trasformismo spinto le formano in maniera totalmente distaccata dalla realtà? Quanto ritiene sia pericoloso, non solo per Israele, che i nostri giovani crescano in maniera così distaccata dalla realtà che li circonda?

R. Purtroppo credo che la scuola della penisola italiana andrebbe completamente e sostanzialmente rifatta. In particolare evidentemente è l’università a produrre i danni peggiori in considerazione del fatto che sempre più persone accedono alla formazione universitaria e quindi sono condizionate nella propria elaborazione da quello che hanno appreso da insegnati spesso antiebraici a prescindere ed a priori. Credo ci sia stato un lavoro progressivo di appiattimento su posizioni uniche e che ci sia stata la volontà precisa di azzerare la critica, lo sviluppo del senso critico. A questo si unisce una riforma dell’università che ha notevolmente abbassato il livello di preparazione richiesto. Purtroppo tutto in linea con una tendenza più complessiva verso il disimpegno. Fortunatamente le persone possono fare la differenza e sempre più mi capita di incontrare giovani curiosi che desiderano comprendere per formarsi un’idea propria. Ciò che potrebbe aiutarci in questo momento è il fatto che quelli che si credono i rivoluzionari, ribelli, tenutari del vero libero pensiero sono tutti insegnati o politicanti o persone frustrate e quindi i giovani che davvero desiderano un pensiero libero si stanno accorgendo che la keifiah con il pulloverino di cachemire sulla pancetta ed il pugno chiuso sono la divisa di un pensiero sterile, conformista e vuoto di senso. Quello che possiamo fare è chiedere a noi stessi ed alle nostre figlie ed ai nostri figli di non accontentarsi della prima cosa sentita per metà, di leggere, essere curiosi, fare fatica per capire, usare internet in modo ampio verificando le fonti di tutte le notizie che si trovano, andare a vedere cosa succede altrove rispetto a dove si vive ed avere sempre la libertà di cambiare idea se necessario.

D. A un certo punto del libro c’è una bellissima lettera a Greta Ramelli, la ragazza che insieme a Vanessa Marzullo venne rapita in Siria. Lei l’ha incontrata e dice che nel vedere suo marito indossare la kippà Greta vi ha guardato male. A parte il contenuto della lettera “da donna a donna” e i saggi consigli in essa contenuti, Lei ritiene che le ONG (o presunte tali) abbiano un ruolo importante nei conflitti in Medio Oriente e nel fomentare odio anti-israeliano? Se si, in che misura e come possiamo contrastare questa che sembra essere una linea comune alle ONG che operano in Medio Oriente?

R. La vostra testata ha condotto analisi molto apprezzabili in tal senso. Un interessante lavoro sull’argomento è quello condotto da Tuvia Tenenmbom, in particolare due libri ( I sleep in hitler’s room e Catch the Jew), uno è stato tradotto in italiano, l’altro purtroppo no (spero lo facciano!). Tenenbom ha scritto questi libri attraversando in un caso la Germania e nell’altro partendo da Israele e dai cosiddetti territori (Giudea e Samaria), spacciandosi spesso per altro da sé. Attraverso un sapiente trasformismo ha dimostrato come la Germania non si sia affatto vaccinata dal nazismo e come le Ong che lavorano per “distruggere” Israele fingendosi pacifiste ad un’attenta indagine mostrano la propria natura, profondamente radicata esattamente nei peggiori pregiudizi contenuti nella propaganda antisemita nazista. L’unica vera differenza è che i nazisti erano espliciti mentre le Ong spesso si travestono. Purtroppo si tratta di lavori poco diffusi ma credo siano preziosi e costituiscano il modo per contrastare questa nuova e feroce propaganda anti-israeliana. Si tratta, come dicevo prima, di avere la voglia di dotarsi di strumenti di conoscenza in grado di permettere ad ognuno di noi di mettere insieme le informazioni. Per esempio se una nota Ong italiana opera indisturbata all’interno di un territorio controllato da una organizzazione terroristica non è difficile capire che con questa organizzazione terroristica ha fatto accordi e che quindi è disposta a chiudere più di un occhio sulla violenza che questi usano nei confronti della popolazione. Una volta fatto questo collegamento si tratta di decidere se si vuole finanziare questa Ong o denunciarne la complicità con il terrorismo…

D. Nel capitolo XVII Lei parla del Giorno della Memoria e della Shoah e ricorda come agli ebrei non serva una Giornata della Memoria perché ogni ebreo ricorda perfettamente chi non c’è più, dice che «il Giorno della Memoria dovrebbe servire invece a coloro i quali hanno lasciato che accadesse, ai loro figli e nipoti perché capiscano che sarebbe stato possibile impedirlo e invece hanno scelto di lasciare che accadesse» aggiungendo che «nel corso degli anni a questo processo di rimozione e sostituzione ne è stato aggiunto un altro: agli ebrei è stato negato ancora una volta il diritto di esistere attraverso la diffusione capillare e costante di falsità sullo Stato d’Israele. Quindi il Giorno della Memoria è diventato un momento nel quale si celebra l’ebreo morto e si chiede che non venga neppure vagamente fatto cenno all’ebreo vivo». Ritiene possibile, come dice Netanyahu, che oggi ci sia chi lavora a una nuova Shoah? Pensa che il considerevole aumento degli attacchi antisemiti in Europa possa spingere sempre più ebrei a fare la Aliyah e, soprattutto, pensa che sia inutile ricordare gli ebrei morti quando non si proteggono quelli vivi?

R. Certamente l’abitudine a distogliere lo sguardo quando viene colpito un ebreo o un luogo ebraico in Europa non è cessata. La Francia ed il Belgio sono i casi più eclatanti ma gli esempi, particolarmente nel nord Europa non mancano. Si è trattato di precise scelte politiche, da un lato di accoglienza senza limite e senza condizione di islamici senza pretendere che avvenisse da parte di questi una reale condivisione delle norme e del l’etica dei paesi ospitanti, dall’altro il desiderio di non sentire più il senso di colpa di cui dicevo prima. La Shoah è stata una tragedia immane con caratteristiche specifiche, perché non accada davvero più è necessario che l’antisemita, o forse sarebbe più proprio dire “colui che odia l’ebreo” (sia esso persona o nazione), venga costretto a farsi un esame di coscienza, ammettendo di avere questo problema ed intervenire perché venga risolto. Mi rendo conto che sembra una coercizione ma ponendo l’accento su chi odia e non su chi subisce l’odio è possibile trovare una soluzione. Per fare questo è necessario che l’odiatore si confronti con l’ebreo vivo e ne rispetti i diritti. E che tutta la società europea la smetta di versare lacrime per gli ebrei che ha ucciso ma che si attivi perché gli ebrei che sono vivi possano non nascondere la propria identità, vivere liberamente ovunque.

D. Nel capitolo XIX Lei parla delle difficoltà che incontra un ebreo a “mostrarsi” (anche nella libera Europa) a indossare la Kippà o gli tzitzìt per paura di essere aggrediti e si domanda «cosa ammala la società nella quale viviamo e abbiamo sempre vissuto da portarla a spogliarsi e spogliare l’altro di ogni cosa?». In molti hanno parlato di “caccia all’ebreo”. Crede che la società occidentale sia troppo permissiva verso questi veri e propri odiatori fanatici? Crede che cambierebbe qualcosa se Israele cambiasse le sue politiche oppure che l’odio verso gli ebrei sia un odio a prescindere e che qualsiasi politica faccia Israele quest’odio è destinato a rimanere inalterato?

R. L’odio nei confronti dell’ebreo è antico, nulla di ciò che Israele fa o non fa può modificare le cose. Ciò che credo necessario per affrontare il problema è proprio il fatto di partire dal presupposto che ad avere “qualcosa che non va” non è l’ebreo, che è semplicemente sé stesso, ma chi lo odia. Perché queste persone ci odiano? Secondo me perché ci invidiano, una invidia assolutamente senza senso perché, scusate se mi ripeto, siamo tutti esseri umani, creati con la stessa potenzialità quindi qualunque traguardo può essere raggiunto da chiunque. Si tratta di decidere di anteporre l’azione, la fatica, la determinazione, la condivisione, all’egoismo, all’idea di poter prevaricare. Ho notato che chi ci odia, chi mi sputa addosso violenza alle manifestazioni facendo finta di sostenere la cosiddetta causa palestinese, nella maggior parte dei casi è una persona frustrata, astiosa , irosa che non ha saputo dar senso alla propria esistenza e che riversa su di me, su di noi la propria nullità. Ci sono terroristi nostrani che, avendo già dato prova della propria pochezza, essendo già stati condannati per i reati commessi, non avendo peraltro mai dovuto lavorare un giorno del loro vita, proseguono nel loro delirio di distacco dalla realtà facendo dell’invito ad ucciderci il senso della loro esistenza. Sono dei falliti, se dovessero dire a sé stessi che lo sono per responsabilità propria e non dell’ebreo, del sionista, sarebbero costretti a farsi carico di ciò. Sarebbe importante che la società che li circonda in qualche modo imponesse a queste persone di fare i conti con le proprie responsabilità, per esempio che non venissero lasciati liberi di invitare alla nostra uccisione pubblicamente…

D. Nel capitolo XXIV affronta il problema del comportamento ambiguo della Chiesa Cattolica di fronte al terrorismo palestinese e più in generale islamico. Lei dice «Quando il più alto rappresentante della Chiesa cattolica per tentare di salvarsi dal terrorismo islamista lo abbraccia e lo legittima non possiamo guardare in silenzio. Possibile che un pontefice definisca angelo della pace un negazionista? Dobbiamo pensare che per una parte delle istituzioni cattoliche l’odio antigiudaico non sia mai scemato ma si sia semplicemente modificato in antisionismo?». Poi pone delle domande “all’uomo Bergoglio” alle quali vorrebbe una risposta e delle scuse per il comportamento della Chiesa. Crede che quelle risposte le arriveranno mai? Pensa che la Chiesa Cattolica sia antisionista e che a causa di questa ideologia finisca anche per danneggiare i fedeli cristiani in Medio Oriente?

R. Che Bergolio abbia dei problemi con la parola Israele quando questa si riferisce allo stato mi sembra evidente, non è riuscito neppure a pronunciarla nel corso della visita alla Sinagoga di Roma. Che questo sia l’espressione di un problema di una parte della chiesa cattolica a relazionarsi con il popolo ebraico vivo e vegeto credo non sia un mistero neppure per i cattolici. Il dialogo interreligioso da parte delle massime gerarchie cattoliche diviene così, spesso, solo una vetrina che legittima il sostegno alle organizzazioni che lavorano in modo diretto o indiretto per distruggere Israele, assumendo un atteggiamento schizofrenico nei confronti degli ebrei che vengono artificialmente distinti dallo Stato d’Israele. Che questo papa, diversamente dal suo predecessore, abbia qualche problema a dire che il terrorismo islamico è terrorismo islamico e che con alcune sue uscite abbia di fatto offerto una legittimazione alla violenza di questo (mi riferisco al parallelismo che Bergoglio ha fatto tra le vignette su Maometto fatte dal giornale satirico francese Charlie Hebdo e chi offende la mamma, per cui avrebbe reagito anche lui con un pugno riferendosi all’attentato alla redazione del giornale) credo sia abbastanza evidente, e questo non può che offrire una legittimazione all’uccisione dei cristiani in Medio Oriente. Per fortuna ci sono molti cattolici che non condividono questa impostazione e che sono amici d’Israele, e consapevoli della violenza dell’islam così come molti cristiani non cattolici che sostengono il diritto d’esistere d’Israele e che fanno tutto ciò che possono per mostrare ed offrire solidarietà.

D. Nel capitolo XXVIII Lei affronta il problema del Movimento BDS e afferma che «L’antisemitismo può nascondersi dietro a presunte campagne democratiche: sta avvenendo con il BDS, una campagna becera di boicottaggio delle aziende israeliane. Questa campagna fa il paio con quanto fecero il Nazismo e il Fascismo con i negozi e le attività ebraiche». In questo capitolo Lei attacca duramente (e giustamente) il Movimento BDS affermando tra le altre cose che «se la volontà fosse davvero quella di aiutare il popolo palestinese, perché non chiedere un investimento concreto e reale per lo sviluppo dell’economia specifica, l’istruzione, le scuole, l’agricoltura?» Come pensa che si dovrebbero comportare i Governi “civili” con questo vero e proprio Movimento d’odio che si spaccia per Movimento pacifista? Cosa pensa più in generale del cosiddetto “pacifismo”?

R. Penso che il “pacifismo” non abbia nulla a che fare con la Pace, credo abbia ribaltato il proprio senso, l’ultima figura cui riconosco un ruolo reale rispetto alla costruzione della Pace è Martin Luter King. L’attuale “pacifismo” è preoccupato di dirsi contro la guerra ma soltanto quella che viene dichiarata e combattuta da eserciti regolari, cosa che peraltro rappresenta la forma più controllabile e, per assurdo, meno pericolosa di guerra. I “pacifisti” non condannano mai il terrorismo, particolarmente se di matrice islamica ed ancora meno se a morire sono ebrei sia in Israele che nel resto del mondo, non condannano mai le dittature islamiche come quella iraniana o quella del Sudan, non si preoccupano del mancato rispetto dei diritti civili in Africa, Asia o in sud America… diciamo che sono “pacifisti selettivi”. Più propriamente potrebbero definirsi terzomondisti acritici. La pace è una condizione che presuppone conciliazione, mediazione… non è “tu hai torto ed io ho ragione” a priori ed a prescindere. Non è loro “poverini” noi “cattivi” riferito al così detto terzo mondo in relazione con il primo. Credo occorrerebbe rivedere le categorie, quelle utilizzate nel passato ora non hanno più senso. All’interno di questa cornice dell’assurdo si colloca il BDS, che ad uno sguardo più attento mostra d’essere la prosecuzione del progetto ODESSA, cosa per la quale da alcuni paesi è stato dichiarato fuori legge e rispetto al quale mi auguro si aprano indagini e si assumano posizioni anche in Italia e nei paesi che non lo hanno ancora fatto.

D. Il suo bellissimo libro si conclude con un capitolo dedicato completamente a Ester, una donna ebrea attraverso la quale Lei vuol far conoscere Israele a tutto il mondo. Quanto crede siano importanti le donne per Israele? E quanto crede che lo siano per il sionismo?

R. Nell’ebraismo la donna ha un ruolo centrale, non vorrei entrare troppo nel dettaglio della tradizione ma, potrebbe essere interessante valutare quanto sia unica la storia di Rut, una donna che, divenuta vedova, sceglie di seguire la suocere e scegliendo questo, non solo diviene ebrea ma sarà la progenitrice del Re David e quindi del futuro Messia. In quale altra tradizione è dato tanto risalto e valore ad una genealogia femminile costruita su una relazione di affidamento di questo tipo? Ho voluto raccontare la storia di Ester perché la genealogia femminile ebraica pervade e attraversa le donne israeliane. La complicità e la solidarietà che ho visto tra le donne in Israele manca totalmente in Italia e mi pare poco presente anche in altri paesi occidentali. Si tratta di una relazione di sostegno e di aiuto, di complicità e di condivisione che attraversa le diverse aree della vita. In parte forse dipende dal fatto che la sopravvivenza di ognuno dipende da tutti, ma io credo si radichi in qualcosa di forte che è matrice. In Israele le donne sono spesso madri di molti figli, anche quelle meno osservanti, ma questo non impedisce loro d’essere anche grandissime scienziate o ministre. Le donne israeliane non hanno paura, può sembrare un’affermazione forte e priva di significato ma non è così. Quando dico che non hanno paura non intendo dire che sono delle pazze incoscienti, tutt’altro, intendo dire che conoscono la vita, i pericoli reali e conoscono la solidarietà, la forza della condivisione e di una risata. Sono prive della minima sudditanza all’uomo, mostrano di non essere ossessionate dal bisogno di piacere, sono se stesse e stanno bene quando si piacciono e sono comode. Una libertà autentica, nuova, credo da un punto di vista epistemologico ancora inesplorata. Che a mio avviso si colloca all’interno della specificità sionista.

Adrian Niscemi

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