Iran: il primo propellente dello Stato Islamico che Obama non vede

E’ di questi giorni l’inchiesta dell’agenzia Reuter che documenta, massacri, torture, decapitazioni effettuate dalla milizie sciite irachene nella città di Falluja che dalla “liberazione” di fine giugno ad ora avrebbero causato 66 morti, 1500 torturati e oltre 700 scomparsi tra i sunniti in quella che sembra a tutti gli effetti una ripresa della guerra settaria.

Tutto già visto e tutto già prevedibile; al solo rileggere la storia dello stato islamico si nota lo stesso copione. In questo ci può aiutare il libro di Weiss e Hassan “Isis: Inside the Army of Terror” per mettere un po’ in ordine gli elementi che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del Daesh.

Perché sicuramente c’è la diabolica amministrazione Bush alla quale per facilità chiunque fa risalire tutte le stragi mediorientali odierne e gli errori di Obama presenti e futuri, ma se si accantona per un attimo l’ideologia si scova ben altro. Chiaramente si parte dall’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, il crollo del governo di Saddam e la scelta da parte dell’amministrazione provvisoria comandata da Paul Brenner di lasciare a casa centinaia di migliaia di fedeli del Rais che grazie ai provvedimenti di scioglimento del partito Baath si trovarono da un giorno all’altro disoccupati e disponibili come bacino di recluta per i fondamentalisti sunniti; ma sarebbe riduttivo esaurire qui la questione.

Il nodo centrale è la guerra settaria tra sunniti e sciiti iniziata con le autobombe degli estremisti sunniti tra cui il movimento di Al Zarkawi, Tawhid wal Jihad (diventato successivamente Al Quaeda in Iraq e poi stato Islamico dell’Iraq) da una parte, ma continuata e incrementata dalle stragi del governo sciita iracheno dall’altra. Guerra nella quale l’Iran ha avuto il ruolo principale nell’appoggiare i vari governi sciiti guidati da Al Jafari prima e Al Maliki poi, con soldi, armi e addestramento delle milizie paramilitari tra le quali va sottolineata l’efferatezza delle brigate Mahadi di Al Sadr e soprattutto le squadre della morte di Al Badr il braccio armato del Supremo Consiglio della Rivoluzione Islamica dell’Irak (ISCI) un partito di diretta emanazione di Teheran giudato da Al Akim.

La violenza ebbe il suo picco tra il 2006 e 2007 con decine di migliaia di vittime e una serie di pulizie etniche che portarono a un calcolo approssimativo di 4 milioni di rifugiati. Contribuirono a ciò la tolleranza e l’incoraggiamento verso le milizie paramilitari da parte del ministero degli interni guidato da Jabr Al Zubeidi (ISCI) prima e da Al Bulani poi (ex del partito di Al Sadr ed ex Hezbollah in Iraq), ma il peggio arrivò con la nomina a ministro della sanità di Al Shemari del movimento di Al Sadr che trasformò ambulanze e camere di ospedale in celle di tortura per i feriti sunniti dove all’interno le milizie di Al Sadr finivano il lavoro che le brigate Al Badr avevano iniziato all’esterno.

A questo l’amministrazione Bush rispose con un incremento della presenza americana di oltre 30.000 uomini e con una strategia modificata al fine colpire anche le milizie sciite considerate nemico della sicurezza nazionale e incrementando la protezione delle zone sunnite. Si aggiunge inoltre il piano del generale Petreus di revisione delle procedure di addestramento della polizia irachena spingendo l’arruolamento dei sunniti e l’aggiunta di milizie sunnite a protezione delle zone più interessate da Al Quaeda, con l’obbiettivo di aiutare le forze della coalizione a sconfiggere il terrorismo mediante la collaborazione dei capi tribù locali.

La strategia pagò sia in termini di guerra settaria che si affievolì, sia in termini di guerra allo Stato Islamico che risultò privato dell’intero suo vertice a metà del 2010.

La situazione precipitò a seguito della ritirata dei soldati americani e la rinomina nel 2010 di Al Maliki (in barba alla costituzione iraqena e alle elezioni nel quale risultò sconfitto) come primo ministro che per festeggiare l’avvenuta indipendenza dalle forze di occupazione della coalizione, liberò i detenuti di Al Qaeda e fece tabula rasa di tutte le politiche inclusive che erano state raggiunte.

La ripresa della guerra settaria incoraggiata dall’Iran dal 2011 ha rifondato le basi per la rinascita dello stato islamico e spiega come abbia fatto l’ISIS a conquistare i territori sunniti iracheni nel giro di pochi mesi nel 2014.

L’unico cambiamento odierno rispetto alla precedente situazione è l’avvicendamento su disposizione iraniana del primo ministro Al Maliki con Al Abadi collega nello stesso partito fondamentalista (Dawa); rimanendo pertanto inalterata nonostante la minaccia dello stato islamico, la politica di esclusione e persecuzione della minoranza sunnita da parte dei vertici governativi iracheni.

Consapovele del quadro dei rischi dell’espansionismo settario iraniano e dei propri alleati la strategia dell’amministrazione Obama cerca di smorzare le criticità con minacce già espresse di stop alla copertura aerea o blocco all’addestramento delle truppe dell’esercito iracheno.

I fatti però confermano che queste chiacchiere non vengono seriamente prese in considerazione dalla controparte, già consapevole che non verranno mai attuate come puntualmente si può verificare.

Appare evidente che l’Iran dall’accordo con il nucleare sia l’alleato prescelto dall’amministrazione statunitense al fine di stabilizzare il Medioriente e sconfiggere lo stato islamico, con implicazioni devastanti sulla capacità di manovra di Teheran che non vede alcun limite o alcuna linea rossa credibile nell’area e con conseguenze ancora più preoccupanti sul futuro settario dell’Iraq, paragonato al quale il problema dello guerra militare allo Stato Islamico diventa un’appendice trascurabile.

Scritto da Marco M.

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