Islam: il falso legame tra terrorismo islamico e povertà

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Voglio partire riprendendo una ottima analisi di Ben-Dror Yemini nella quel il giornalista israeliano spiega come l’utopia del “politically correct” impedisca a gente come Barack Obama e John Kerry di vedere la realtà sul terrorismo di matrice islamica e quindi di combatterlo nella maniera più appropriata.

Secondo Ben-Dror Yemini per questi “illuminati personaggi” l’esplosione del terrorismo di matrice islamica non dipende dalla radicalizzazione che sta avvenendo nel mondo islamico, non dipende dalla progressiva regressione del Diritto alla Studio, in particolare tra le donne, ma dipende dalla povertà in cui versa buona parte del mondo islamico. Yemini ci spiega che non è così e porta diversi paragoni tra i quali quello degli attentatori del 11 settembre, ragazzi di famiglia ricca, colti, che avevano studiato in occidente ma che hanno deciso di immolarsi (insieme a migliaia di innocenti) nel nome di Allah. Ricorda che sono migliaia i giovani musulmani nati e cresciuti in Europa, i quali non si possono certo definire poveri, che vanno volontariamente in Siria a combattere per la Jihad. Poi, riferendosi ad alcune dichiarazioni di John Kerry il quale afferma che l’equazione “povertà=terrorismo” emerge chiaramente in Africa dove ci sono milioni di poveri musulmani, ricorda al Segretario di Stato americano come in Africa ci siano anche milioni di poveri cristiani e che quindi, se l’equazione evidenziata da Kerry fosse esatta, dovremmo assistere anche all’esplosione del terrorismo di matrice cristiana oltre a quello di matrice islamica, cosa che invece non avviene.

La realtà è leggermente diversa e la spiega bene in poche parole Abdul Rahman Al-Rashid, ex redattore capo del quotidiano londinese in lingua araba al-Sharq al-Awsat, il quale disse che “non tutti i musulmani sono terroristi, ma quasi tutti i terroristi sono musulmani”. Ecco, in quelle parole c’è il succo del discorso. Non è una questione di povertà se molti musulmani si dedicano al terrorismo e alla Jihad, è una questione di mentalità religiosa secondo la quale l’Islam è l’unica religione degna di esistere e tutte le altre devono scomparire. Chi non è musulmano o non si converte all’Islam è un nemico da abbattere.

Che poi, il fatto che la povertà e la sottocultura (specie quest’ultima) siano fattori che contribuiscono non poco a creare nuovi terroristi è certamente innegabile e che, specie la sottocultura, siano ampiamente utilizzati dai “reclutatori” di martiri (Shahid) è un dato di fatto, ma alla base c’è il succo della cultura islamica. Se improvvisamente tutto il mondo musulmano diventasse ricco non cambierebbe nulla, ci sarebbe sempre il terrorismo islamico perché la violenza e la prevaricazione fanno parte di questa religione, anche se non è sempre stato così o perlomeno non è sempre stato così evidente.

Qualcuno, specie tra i pacifisti, sostiene che un fattore scatenante dell’esplosione del terrorismo islamico siano state le guerre in Afghanistan e in Iraq. Forse in parte è vero e di certo gli estremisti islamici hanno saputo sfruttare a loro vantaggio questi conflitti, ma allora perché in Iraq (per fare un esempio) dove la guerra è finita da anni i massacri confessionali continuano senza sosta? Perché in Pakistan che ha visto la guerra in Afghanistan solo di sfuggita, il terrorismo islamico è letteralmente esploso? Perché migliaia di giovani europei, nati e cresciuti in occidente e perfettamente scolarizzati, stanno andando in Siria a combattere la Jihad? Se vogliamo affrontare questo problema, perché di un grosso problema si tratta, dobbiamo farcele queste domande e dobbiamo chiederci perché il mondo islamico stia regredendo invece di evolvere. Dobbiamo chiedersi perché gli islamici considerano la cultura e la democrazia come loro nemici e, soprattutto, dobbiamo chiederci cosa dobbiamo fare con questo fenomeno, se cioè dobbiamo cercare di governarlo oppure lo dobbiamo combattere.

Persone come Barack Obama e John Kerry sono convinti che il fenomeno si possa governare e il risultato di questa “politica” ce lo abbiamo davanti agli occhi. Altri, come per esempio l’egiziano al-Sisi, sono convinti che il fenomeno non si possa governare e che quindi vada combattuto cambiando e modernizzando l’Islam anche con la forza. Quale tra le due sia la soluzione migliore lo lascio al singolo pensiero, quello che posso dire io è che l’evidenza dei fatti è davanti agli occhi di tutti e che il terrorismo islamico non si governa, non si riduce riducendo la povertà, ma si combatte con leggi adeguate e una adeguata lotta al terrorismo (la voce “guerra al terrorismo” è completamente sparita dal vocabolario americano). Tutto il resto sono solo utopie.

Scritto da Miriam Bolaffi

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[glyphicon type=”camera”] La fotografia è stata scattata in Afghanistan nel villaggio di Aab Barik sommerso da una frana

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