Israele e la politica trasversale con gli arabi

Se ancora la stragrande massa delle popolazioni arabe pensa a Israele come a un nemico, più per ignoranza che per altro, così non è nelle segrete stanze del potere dove invece i rapporti tra Israele e le potenze arabe della regione mediorientale sono sempre più fiorenti.

E di ieri la notizia che piloti israeliani si sono addestrati negli Stati Uniti insieme a piloti giordani ed egiziani. Questa è solo l’ultima di una serie di cooperazioni trasversali politico-militari tra israeliani e arabi che stanno emergendo, anche se con molta prudenza soprattutto a causa della radicata ostilità dell’uomo della strada arabo verso Israele. Ma sempre più spesso emergono notizie e retroscena, anche nei medi arabi, che dimostrano come al di la delle dichiarazioni proforma in effetti ci sia tutta una politica trasversale di cooperazione (non necessariamente pubblica) tra Israele e diversi Stati Arabi che sta in qualche modo ridisegnando gli equilibri regionali. Non mancano del resto pubbliche prese di posizione di personaggi importanti a favore di una alleanza tra Israele e Paesi arabi, come quella del Principe saudita al-Waleed bin Talal, che indirettamente ha confermato una alleanza tra Israele e Arabia Saudita in configurazione anti-iraniana.

Questione palestinese: una scocciatura per gli arabi

A differenza dell’Unione Europea gli arabi hanno finalmente capito che la questione palestinese non è “il problema” ma solo un ostacolo alla soluzione delle tensioni regionali. I palestinesi non sono mai stati tanto simpatici agli arabi ma li hanno sempre usati in configurazione anti-israeliana e per questo negli ultimi decenni non hanno mancato di supportarli. Ma adesso che gli equilibri regionali sono profondamente cambiati e che il pericolo iraniano si fa sempre più incombente, la questione palestinese è diventata un ostacolo serio alla stabilizzazione e alla sicurezza regionale. Non è un caso che proprio l’Iran stia usando la questione palestinese per i propri scopi mentre i Paesi arabi del Golfo hanno drasticamente tagliato gli aiuti finanziari sia alla ANP che ad Hamas. Se ne è accorto anche Abu Mazen che sta cercando in tutti i modi di trasformare il problema palestinese in uno scontro religioso. Ormai è l’unica arma che gli è rimasta per continuare a mantenere precaria la situazione invece che prendersi le proprie responsabilità. Ma resta il fatto che l’approccio delle dirigenze arabe nei confronti della questione palestinese è profondamente cambiato. Basti guardare la guerra dell’Egitto ad Hamas, di cui i media occidentali non parlano nonostante sia molto più dura di quella che fa Israele agli stessi terroristi palestinesi. Oppure basterebbe guardare all’accordo tra Giordania e Israele sul Monte del Tempio, un accordo raggiunto tenendo a debita distanza Abu Mazen che non è stato nemmeno invitato a partecipare ai colloqui. Un affronto gravissimo che dimostra come la questione palestinese venga vista dagli arabi come un ostacolo e che stranamente i media filo-palestinesi hanno completamente ignorato mentre quelli occidentali ne hanno appena accennato. Ed è proprio il comportamento della Giordania l’esempio lampante di quanto gli arabi siano stanchi dei palestinesi. Da un lato, spinta da Abu Mazen, chiede pubblicamente una protezione internazionale per i palestinesi, dall’altro si comporta come se non ci fossero e tratta direttamente con Israele sia sul piano politico che su quello militare. Ormai la questione palestinese è importante solo per una parte sempre più piccola dell’opinione pubblica araba, ma per i leader arabi è solo una scocciatura.

Prudenza da parte israeliana

Ma il fatto che gli arabi, stretti dalla morsa persiana, stiano rivalutando l’importanza di Israele a livello polito e soprattutto militare, non spinge automaticamente lo Stato Ebraico tra le braccia di quello che fino a ieri era il nemico giurato. Non si dimenticano oltre 60 anni di lotte, di guerre e in particolare non si dimentica il fatto che fino a ieri erano proprio gli arabi a volere la distruzione di Israele. Ma i tempi cambiano a in molti a Gerusalemme vedono in questo cambiamento una opportunità da sfruttare, pur restando ben guardinghi su tutti i fronti. Quello che in questo momento appare evidente è che l’Europa e gli Stati Uniti sono rimasti parecchio indietro rispetto agli ultimi cambiamenti geopolitici mediorientali e che ancora non hanno ben inquadrato quello che sta avvenendo. Continuano imperterriti a sostenere il baraccone palestinese senza far caso al fatto che gli arabi si stanno velocemente smarcando. Fanno più caso alle dichiarazioni di forma da parte araba piuttosto che ai fatti reali. Ed è un fatto reale che la minaccia iraniana ha accelerato l’avvicinamento tra Israele e Paesi arabi. Fino ad oggi gli unici Paesi arabi ad avere regolari rapporti con Israele erano Giordania ed Egitto. Qualcosa si molto simile da qualche anno esiste con gli Emirati Arabi Uniti anche se non c’è da parte degli EAU un riconoscimento formale di Israele. Ora il colosso Arabia Saudita si sta accorgendo che non può prescindere da Israele se vuole affrontare il pericolo iraniano e la logica conseguenza è quella di un avvicinamento alle posizioni israeliane. Ancora siamo agli accordi sottobanco, la paura che le masse arabe si sollevino è ancora molto forte, ma se uno come il Principe al-Waleed bin Talal fa un pubblico endorsement a favore di Israele vuol dire che le cose stanno cambiando, con prudenza e attenzione, ma stanno cambiando.

Scritto da Maurizia De Groot Vos

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