Israele e la sindrome di Stoccolma

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Israele in queste ore sembra un paese afflitto dalla sindrome di Stoccolma, quello stato cioè in cui, per dirla alla Wikipedia, “il soggetto maltrattato prova un sentimento positivo, fino all’amore, nei confronti del proprio aguzzino. Si crea una sorta di alleanza e solidarietà tra la vittima e il carnefice”.

Ok, degli estremisti ebrei hanno ucciso un ragazzino palestinese. Non so nemmeno perché lo hanno fatto. Qualcuno dice per vedetta per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei rapiti e ammazzati da Hamas, altri pensano per puro gusto omicida, altri ancora perché volevano scatenare la rivolta palestinese in modo che l’IDF rispondesse con durezza, insomma, la resa dei conti finale. Di certo questi delinquenti (chiamiamoli con il loro nome) non amano Israele. Ma che da questo fatto ci debba essere un Paese intero che si sente in colpa, che arriva persino a chiedere di rivedere alcune leggi contro il terrorismo palestinese mentre gli israeliani continuano a essere ammazzati, mi sembra davvero un paradosso.

Che dobbiamo fare per compensare questo “senso di colpa”? Vogliamo buttare giù le case dei terroristi israeliani come facciamo per quelli arabi? Facciamolo. Vogliamo togliere il muro difensivo e permettere ai terroristi palestinesi di entrare in Israele e farsi saltare in aria negli autobus? Ma si, facciamo anche questo. Vogliamo ritirarci dalla zona C. Perché no, in fondo cosa ci interessa controllare dei punti strategici per la nostra sicurezza. E dato che ci siamo propongo di lasciare che da Gaza lancino tutti i missili che vogliono, che nel Golan i militari si mettano in fila davanti ai cecchini e che la barriera intorno a Gaza venga tolta.

Perché “noi non siamo come loro”. Già, che bel mantra del cavolo. Certo che noi non siamo come loro, lo abbiamo dimostrato proprio con l’arresto dei delinquenti che hanno assassinato il giovane palestinese. Ma mentre noi siamo qui a vergognarci per questi delinquenti, loro, i palestinesi, dei loro assassini ne fanno degli eroi. Per pura coincidenza proprio ieri è stato arrestato il killer di Shelly Dadon, una ragazza bellissima, un fiore, una principessa, uccisa a sangue freddo da un arabo solo perché lei era ebrea. Qualcuno ha sentito una parola di condanna da parte araba? No, anzi, probabilmente in questo momento Hassin Yousef Hassin Khalifah viene elevato al ruolo di eroe. Eroe, uno che ammazza una povera ragazza a sangue freddo. Che razza di eroe del cavolo. Ma siccome “noi non siamo come loro” della povera Shelly ce ne infischiamo, meglio sentirci in colpa per quei delinquenti che hanno ucciso il ragazzo palestinese.

Sapete che vi dico? Tanto vale farla finita e arrendersi. Ma si, lasciamoci sterminare, lasciamo che questi eroi alla Samir Kuntar spacchino la testa dei nostri figli con le pietre, che cavolo, “noi non siamo come loro”, queste cose le possiamo anche accettare.

Beh, sapete che vi dico ancora? E’ vero, noi non siamo come loro, ma non ci sto a fare a bacini con il mio carnefice, non ci sto ad abbassare la testa per la vergogna a causa di un atto spregevole commesso da sei emeriti cretini, sei delinquenti vigliacchi. Li abbiamo messi dentro, basta. In galera marciranno. Ma sapete qual è la differenza? Tra un po’ qualcuno rapirà un altro israeliano e chiederà di liberare l’eroe Hassin Yousef Hassin Khalifah, eroe perché ha ammazzato una figlia di Israele a sangue freddo. Samir Kuntar è li a dimostrarlo. E nessuno in “Palestina” chinerà la testa per la vergogna. Lo accoglieranno come un eroe, distribuiranno pasticcini e Abu Mazen lo nominerà cavaliere di qualche ordine palestinese. E io dovrei sentirmi anche in colpa?

[glyphicon type=”user”] Scritto da Miriam Bolaffi

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