Middle East

Israele non può aspettare i comodi palestinesi

L’Unione Europea ha emesso giovedì sera un comunicato dove esprime «profonda preoccupazione per la decisione di Israele di dare il via alla costruzione di 460 nuove abitazioni oltre la linea verde». Il comunicato della UE arriva poche ore dopo a quello molto simile emesso dalla Casa Bianca nel quale si ribadiva che «la costruzione di nuove case è un problema serio per la pace e per il raggiungimento dell’obiettivo dei due Stati».

Nessuno si aspettava nulla di diverso né dalla UE né tanto meno dagli USA. Come sempre in queste occasioni la retorica abbonda e le colpe ricadono sistematicamente su Israele. Ormai il concetto di «insediamenti ostacolo alla pace» è diventato il mantra preferito sia a Bruxelles che a Washington e il fatto che nel nuove unità abitative sorgano in area C, cioè in quell’area contesa a totale controllo israeliano, interessa poco o nulla ai burocrati europei e americani. Per loro la cosa importante è sviare il discorso dal vero ostacolo alla pace, che non sono certo qualche centinaia di metri quadrati di terreno edificato, ma è la totale indisponibilità della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a sedersi al tavolo delle trattative con Israele e a riconoscere lo Stato Ebraico, una indisponibilità che va avanti da anni e più volte ribadita apertamente da Abu Mazen. Secondo UE e USA, Israele dovrebbe aspettare i comodi di Abu Mazen e accettarne le condizioni senza alcun accordo tra le parti, senza colloqui e soprattutto senza tenere in alcun conto la situazione sul terreno. Da mesi il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, va dicendo in tutti i modi e in tutte le salse di essere disposto a incontrare Abu Mazen in qualsiasi momento per riattivare il tavolo delle trattative, ottenendo però solo plateali rifiuti, anzi, assistendo ai maldestri tentativi della ANP di scavalcare direttamente qualsiasi colloquio diretto e imporre a Gerusalemme le proprie decisioni dall’alto (vedi la ridicola iniziativa francese).

La realtà – e anche il vero problema – è che ad Abu Mazen non conviene affatto far nascere uno Stato Palestinese, questo per una infinità di motivi tra i quali tutto quello che comporterebbe la nascita di uno Stato e la fine dell’immenso business degli aiuti alla Palestina. Per questo la ANP ha rifiutato (de facto) gli Accordi di Oslo che avrebbero portato alla nascita di uno Stato palestinese e sempre per questo motivo tergiversa su qualsiasi ipotesi di chiudere definitivamente la faccenda. E’ molto più conveniente per Abu Mazen e per le centinaia di ONG che vivono del mercato dell’odio continuare sulla strada dell’incertezza e dei confini non tracciati.

Allora le domande che a Bruxelles e a Washington dovrebbero porsi sono:

  1. Può Israele aspettare i comodi di Abu Mazen e quindi dei palestinesi?
  2. Esiste da parte palestinese la volontà concreta di creare uno Stato palestinese che viva in pace e a fianco di Israele?

Per entrambe le domande la risposta è NO. Israele non può aspettare all’infinito i comodi palestinesi come non può accettare che siano altri a decidere del suo futuro. Israele non può sottostare agli interessi economici di Abu Mazen, dei mafiosi della ANP e delle centinaia di ONG che vivono di odio, interessi che collidono palesemente con la soluzione della questione israelo-palestinese. Nessuno Stato al mondo accetterebbe di farlo. Cosa dovrebbero fare a Gerusalemme? Aspettare i comodi di Abu Mazen e nel frattempo lasciare centinaia di famiglie senza un tetto sulla testa? Non credo proprio. Quindi, fino a quando le cose non cambieranno a seguito di un accordo con Israele, la zona C rimarrà sotto completo controllo israeliano e come tale gli israeliani possono costruirci legalmente tutti gli appartamenti che necessitano ai suoi cittadini. Israele non può fermare il suo sviluppo a causa di Abu Mazen. Tutto il resto è pura retorica.

Scritto da Gabor H. Friedman

© 2016, Rights Reporter. All rights reserved. Riproduzione vietata