Israele – Palestina: forti pressioni di Obama su Netanyahu. Perché?

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Secondo quanto riferito dai media israeliani ieri il Presidente americano, Barack Obama, avrebbe parlato al telefono con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e nell’occasione avrebbe chiesto che Israele riavvii quanto prima i colloqui con i palestinesi.

Obama avrebbe fatto pressione su Israele affinché lo Stato Ebraico accetti il piano proposto dal segretario di Stato americano, John Kerry, il quale riflette in pratica il piano proposto dalla Lega Araba. In poche parole si chiede a Israele di accettare tutte le richieste palestinesi passando sopra alla regola principale che da sempre regola i negoziati, cioè quella che a stabilire le regole e le condizioni è chi tratta da una posizione di forza, che in questo caso è Israele.

Ma perché Obama, con tutto quello che sta succedendo in Medio Oriente, è così ossessionato dalla soluzione del problema israelo-palestinese? In realtà è molto probabile che gli serva per mere ragioni interne, specie dopo i fallimenti (praticamente totali) della sua linea nei Paesi arabi interessati dalle cosiddette “primavere arabe”, una linea che lo ha visto inusitatamente appoggiare senza riserve la Fratellanza Musulmana. Ora ha bisogno di un successo che però vuol far pagare a Israele insistendo su un piano di pace che lo Stato Ebraico non può accettare, o perlomeno non lo può accettare così come presentato da Kerry e dalla Lega Araba.

Ma quali sono i punti che impediscono a Israele e ai palestinesi di raggiungere un accordo? Il primo e più importante si chiama Abu Mazen. Il Presidente palestinese, nonostante le dichiarazioni, non è affatto interessato a risolvere la questione palestinese. Gli fa troppo comodo lasciare tutto così com’è. Praticamente è Presidente senza essere stato eletto (le elezioni si dovevano tener oltre due anni fa); riceve milioni e milioni di aiuti, cosa che una volta che la Palestina sarà diventata Stato potrebbe non ricevere più; nessuno controlla cosa ne fa di tutti questi soldi; tiene a debita distanza Hamas; può andare in giro a elemosinare soldi e riconoscimenti. Insomma, non è nell’interesse di Abu Mazen trovare una soluzione al problema. Il secondo punto, non meno importante del primo, è Gerusalemme Est. Israele non rinuncerà mai alla propria capitale, cosa che invece dovrebbe fare secondo il piano di Kerry. Poi c’è la questione dei confini. Il piano di Kerry prevede che Israele rientri entro i confini del 1967, ma non dice cosa ne sarà delle colonie nate in quei territori in tutti questi anni o come verranno compensate. Israele non può abbandonare migliaia di suoi cittadini, anche perché si parla di territori contesi mentre generalmente vengono considerati  dai più (a torto) come territori occupati. Infine c’è la questione dei terroristi attualmente in carcere in Israele. Abu Mazen, molto furbescamente, vorrebbe la loro scarcerazione, cosa che naturalmente gli israeliani si rifiutano di accettare.

Insomma, Israele dovrebbe cedere a tutte le richieste palestinesi pur trovandosi in posizione di vantaggio nei negoziati, il tutto per far contento Obama che ne ha estremamente bisogno per rivalutare la sua fallimentare politica estera.  Intanto di Iran non se ne parla più mentre gli Ayatollah procedono spediti verso la bomba atomica.

La cosa drammatica, che sarebbe comica se non fosse così grave, è che il Segretario di Stato americano, John Kerry, continua imperterrito sulla sua assurda linea di gestione della crisi in Medio Oriente, linea che non comprende Siria, Egitto, Libano e Iran, tutte crisi gravissime e completamente dissociate dalla questione israelo-palestinese che invece Kerry e Obama continuano a ritenere centrale e fonte delle crisi stesse. C’è veramente da chiedersi in che mani sia finita l’America.

Adrian Niscemi

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