Israele – Palestina: il vicolo cieco dei colloqui di pace

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Dopo la sbornia dei discorsi alle Nazioni Unite, dopo il clamore della “operazione simpatia” implementata da Hassan Rohani, il mondo torna alla dura realtà che in Medio Oriente vuol dire anche (ma non solo) la ripresa dei colloqui tra Israele e arabi sulla cosiddetta “questione palestinese”.

Sancito definitivamente il fallimento degli accordi di Oslo, non certo per colpa di Israele, rimangono fondamentalmente tre soluzioni sul terreno. La prima è quella perorata dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da una buona parte degli israeliani, quella dei due Stati entro confini ben definiti, soluzione che però, checché ne dicano gli arabi, non piace ai palestinesi che invece puntano alla seconda soluzione (senza ammetterlo apertamente) che è quella dello Stato unico binazionale con l’annessione da parte di Israele di Cisgiordania e Gaza, cittadinanza israeliana per gli arabi e ritorno dei cosiddetti profughi (che profughi non sono). Infine ci sarebbe la terza via, quella che ancora nessuno si azzarda a nominare o, se lo fa, lo fa con molta cautela: il ritorno della Cisgiordania alla Giordania e di Gaza all’Egitto.

Questa settimana arriverà in Medio Oriente l’inviato speciale del Presidente Obama, Martin Indyk, il quale avrà il compito di far ripartire definitivamente i colloqui tra Israele e arabi sulla cosiddetta questione palestinese, un compito arduo perché ormai è palese a tutti che agli arabi non interessa la soluzione dei due Stati ma che puntano sempre più smaccatamente allo Stato unico binazionale. Tutti i paletti impossibili da aggirare posti dalla Autorità Nazionale Palestinese (ANP) puntano unicamente a questo, inutile giraci intorno. Dall’altra parte c’è Tzipi Livni, incaricata dal Governo israeliano di trattare la soluzione dei due Stati e niente altro. E’ un vicolo cieco che può portare solo a due cose: o a uno stallo definitivo oppure a esplorare la terza via, quella del ritorno della Cisgiordania alla Giordania e di Gaza all’Egitto.

Segnali positivi in tal senso sono arrivati da Amman. Re Hussein di Giordania si è detto da tempo possibilista e anche alcuni dirigenti della ANP non hanno scartato a priori l’idea a condizione che venga creata una regione semi-autonoma. Il discorso cambia per la Striscia di Gaza, tenuta in ostaggio da Hamas e con un Governo egiziano impegnato su altri fronti interni. Qui il problema potrebbe essere maggiore e difficilmente risolvibile senza un atto di forza.

Questa terza soluzione, se ragionata con calma e senza farsi prendere dalla fretta, potrebbe essere veramente la soluzione migliore. D’altra parte sia la West Bank che la Striscia di Gaza appartenevano già rispettivamente alla Giordania e all’Egitto e solo l’improvvisa invenzione del popolo palestinese da parte di Arafat ha cambiato le carte in tavola. Sarebbe quindi un vero ritorno alle origini per gli arabi e l’unico modo di uscire da questo vicolo cieco che sono i colloqui di pace tra Israele e arabi.

Sharon Levi

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