Israele: si teme escalation di attentati. E l’angelo della pace tace

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L’attentato avvenuto ieri nei pressi della città di Dolev dove è stato ucciso a sangue freddo il giovane Dani Gonen, 25 anni, è stato rivendicato da una cellula di Hamas denominata “Marwan Kawasme and Amer Abu Aysha Squad” dal nome dei due terroristi che un anno fa rapirono e uccisero tre ragazzi israeliani affermando che con questo attentato volevano proprio commemorare il barbaro omicidio dei tre ragazzi.

Hamas ha benedetto il vile attentato definendolo un “atto eroico di resistenza”, come se uccidere a sangue freddo un ragazzo inerme che si era fermato per soccorrere un automobilista palestinese che per attivare il tranello si era finto in panne, fosse un atto di eroismo e non di estrema vigliaccheria.

Il presidente di Israele, Reuven Rivlin, ha definito il vile attentato «un altro passo nella escalation degli attacchi terroristici a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi» e ha condannato con fermezza il silenzio delle autorità arabe e in particolare del cosiddetto “angelo della pace” Abu Mazen e delle autorità arabe in Cisgiordania che con il loro assordante silenzio sembrano approvare gli atti di terrorismo con una sorta di “tacito consenso” che non può passare inosservato. Rivlin ha detto che «Israele non accetterà una situazione in cui un giovane escursionista viene ucciso in Israele perché ebreo» e ha invitato i leader arabi a prendere pubblicamente una ferma posizione, ma sono parole al vento.

Il timore di una escalation e il ruolo dei “cooperanti” stranieri

L’uso di armi da fuoco per compiere un attentato in Cisgiordania è una cosa relativamente rara e preoccupa molto lo Shin Bet che fatica parecchio a tenere sotto controllo i lupi solitari che in apparenza non sembrano essere affigliati ad alcun gruppo organizzato. In realtà si ha la sensazione che questi gruppi siano più organizzati di quello che sembra e che negli ultimi tempi abbiano sempre più preso piede in Cisgiordania grazie anche alle complicità locali, non sempre solo arabe. Lo Shin Bet infatti tiene sotto controllo in particolare alcune decine di cosiddetti “cooperanti” stranieri che con la facilità di movimento di cui possono godere potrebbero tenere le fila dei contatti con Hamas e provvedere a rifornire i terroristi di denaro e armi. Il legame tra cooperanti stranieri e terrorismo è emerso lo scorso anno proprio in occasione dell’omicidio dei tre ragazzi israeliani e ancora non si è riusciti ad affrontare con la dovuta serietà il problema per paura di innescare una serie di proteste internazionali, ma il problema c’è ed è molto serio. A Gerusalemme stanno pensando di limitare l’ingresso ai cosiddetti “cooperanti” permettendolo solo a coloro che appartengono a ONG riconosciute e provatamente imparziali ma è difficile attuare una cosa del genere senza la collaborazione della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che invece sull’argomento nicchia e fa finta di nulla. Teme una escalation anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, che nel condannare l’attentato ha chiesto alle parti di mantenere calma e moderazione. Nel frattempo l’IDF ha dato il via a una colossale caccia all’uomo nel tentativo di individuare l’autore del vile attentato.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Sharon Levi

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