La colossale truffa palestinese

Un vero e proprio tsunami di soldi destinati allo sviluppo e alla promozione della democrazia palestinese sparito nei conti svizzeri dei boss palestinesi o ad armare il terrorismo. Questa è la tragica verità a cui è arrivato il deputato americano Kevin McCarthy, leader della maggioranza al Congresso in visita a Ramallah.

Dalla nascita della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) uscita dagli accordi di Oslo come strumento per arrivare ad uno Stato palestinese democratico e moderno che vivesse in pace a fianco di Israele, gli Stati Uniti hanno donato oltre 4,5 miliardi di dollari per promuovere la democrazia palestinese. Quello che invece ha potuto constare il deputato Kevin McCarthy è che non solo di democrazia non vi è alcuna traccia, ma che quel fiume di denaro è semplicemente sparito nel nulla senza che la popolazione palestinese ne abbia minimamente usufruito. Ai miliardi americani vanno aggiunti quelli donati per progetti di sviluppo dall’Unione Europea, un argomento che abbiamo già trattato con la Commissione Europea e che tratteremo ancora nelle prossime settimane con un dettagliato rapporto sui progetti di sviluppo a cui erano destinati i soldi europei e mai implementati.

Difficile fare un calcolo preciso dell’ammontare totale dei soldi donati alla Palestina da USA ed Europa (ai quali vanno aggiunti decine di miliardi arabi) anche perché c’è una fortissima resistenza, specialmente da parte dell’Unione Europea, a fare chiarezza sui numeri precisi, ma parliamo di decine di miliardi di dollari che sarebbero dovuti andare nella costruzione di ospedali, scuole, in progetti per promuovere l’agricoltura e il commercio palestinese, una cifra esagerata che nemmeno le più grandi nazioni in via di sviluppo africane hanno mai visto nemmeno da lontano. Eppure di tutto quel mare di soldi non vi è più traccia e questo anche grazie a una miriade di cosiddette “Organizzazioni Non Governative” (ONG) compiacenti che si sono prestate e che si prestano alla colossale truffa palestinese.

La cosa paradossale è che questa truffa colossale avviene praticamente alla luce del sole. Tutti ne sono perfettamente consci ma nessuno proferisce parola. Ieri sulla nostra pagina Facebook e su Twitter abbiamo pubblicato la fotografia della nuova residenza di Abu Mazen a Ramallah, una super villa costata ben 13 milioni di dollari, dotata di ogni comodità immaginabile, dalla piscina a ben due eliporti. A poco sono valse le scuse accampate dalla ANP secondo cui quella casa sarebbe destinata ad ospitare incontri ufficiali e quindi gli ospiti internazionali, a Ramallah tutti sanno che quella villa sarà la residenza di Abu Mazen, lo stesso Abu Mazen che spende ben 25.000 dollari per un paio di scarpe fatte a mano in Italia. Un lusso sfrenato che fa a pugni con la condizione di vita dei palestinesi ma che nessuno osa denunciare, quasi fosse un tabù.

La nuova villa di Abu Mazen, a Ramallah.
La nuova villa di Abu Mazen, a Ramallah.

Ma i lussi di Abu Mazen sono solo la punta visibile di quell’iceberg che è la colossale truffa palestinese, è quello che non si vede a pesare nel processo di pace. Si è deciso di tenere deliberatamente la popolazione palestinese nella miseria e nella arretratezza più assoluta perché diversamente cadrebbe il mantra più importante, quello che vuole Israele come responsabile di questa assurda situazione. In anni e anni di donazioni a pioggia elargite ai palestinesi non è stato costruito un solo ospedale, una sola scuola (tutte sono gestite dalla UNRWA), un solo acquedotto, una sola centrale elettrica, non è mai stata implementata una sola strategia di sviluppo, sia commerciale che civica. Decine di miliardi di dollari che non sono serviti a nulla se non a rimpinguare i conti svizzeri della dirigenza palestinese. E in tutto questo Israele non c’entra nulla.

Le gravi responsabilità di USA e Unione Europea

Ma se si vuole affrontare questo problema con un minimo di serietà non si può non partire dalle gravi responsabilità che pesano sui donatori, in primis su Stati Uniti e Unione Europea. Quello che affermiamo in queste righe non è certo una novità, persino i filo-palestinesi più accaniti non lo possono negare. Eppure sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea continuano imperterriti a finanziare la truffa palestinese, nonostante il fallimento di questa linea sia davanti agli occhi di tutti. Perché? La risposta è drammaticamente semplice: perché un popolo palestinese tenuto nella arretratezza e nella povertà si può facilmente manipolare e il business della truffa palestinese può andare avanti all’infinito, un business che dipende prima di tutto dall’odio verso Israele senza il quale il tutto non avrebbe ragione di esistere, un business milionario al cui tavolo mangiano in tanti, dalla dirigenza palestinese alle tante ONG che “operano” in Palestina. E’ di una semplicità persino imbarazzante.

La casetta a Ramallah

E per chiudere torniamo un attimo sulla “casetta” di Abu Mazen. Quando abbiamo chiesto conto di tutto quel lusso sfrenato all’inizio ci siamo trovati davanti a un muro di silenzi. Solo dopo che la fotografia della residenza presidenziale ha fatto il giro del mondo qualcuno ha provato a giustificare tutto quel lusso che fa letteralmente a pugni con la povertà che lo circonda e ci è stato detto che “la residenza presidenziale è stata costruita per ospitare (anche n.d.r.) i dignitari internazionali che si recano in visita a Ramallah” e quindi che “la residenza presidenziale è stata costruita nel rispetto delle più basilari norme di sicurezza e accoglienza che si devono ai dignitari stranieri”. E’ una risposta che chiaramente non ci soddisfa per nulla anche perché, come detto, a Ramallah tutti sono perfettamente consci che quella super villa sarà la residenza di Abu Mazen. Ma a quanto pare la risposta della ANP ha convinto l’Unione Europea e gli Stati Uniti che, se si fa eccezione per il deputato Kevin McCarthy, non si sono nemmeno sognati di chiedere conto alla ANP di tutto quel lusso pagato dai soldi dei contribuenti europei e americani mentre tutto intorno è un fiorire di miseria.

Scritto da Maurizia De Groot Vos

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