La guerra del Canale di Sicilia: è ora di sporcarsi le mani

I numeri sono quelli di una guerra: più di 1.500 morti da inizio anno ai quali va aggiunto un numero imprecisato di morti di cui non ne sapremo mai nulla, di barconi affondati senza clamore, di urla strozzate che non abbiamo sentito. E non si muore solo nel Canale di Sicilia. Prima di andare a morire nelle fredde acque del Mediterraneo in migliaia perdono la vita nella traversata del deserto del Sahara, unica strada percorribile per raggiungere la costa del Mare Nostrum.

A prescindere da come uno la pensi sui migranti e sulla immigrazione è giusto riportare queste persone al loro vero ruolo, quello di vittime. Non possiamo ragionare su nulla se non partiamo dal concetto che queste persone sono prima di tutto vittime, prima di guerre, persecuzioni e povertà, poi della illusione di una vita migliore che li fa fuggire dalla loro terra e infine dei trafficanti di esseri umani che operano nella totale indifferenza della comunità internazionale.

Stabilito questo possiamo parlare di tutto, del fatto che l’Italia da sola non li possa accogliere tutti, del perché fuggono dalla loro terra, se sia giusto o meno aver provocato quel conflitto o quell’altro, magari per abbattere un dittatore scomodo con la scusa dei Diritti Umani. Possiamo anche discutere degli affari d’oro di chi “accoglie” i migranti. Di tutto possiamo parlare ma non si può discutere il fatto che queste persone siano le vittime di una guerra che non si sta combattendo ma che miete inesorabile le proprie vittime, la guerra del Canale di Sicilia.

Ed è proprio “guerra” la parola chiave per affrontare tutto questo. Non guerra come la intendono taluni grillini da un lato, trincerati come sono su proposte sterili e inutili o come la interpretano svariati rosso/bruni dall’altra, con l’idea di sparare sui barconi o addirittura con quella di una invasione della Libia, ma una guerra in tutto e per tutto ai trafficanti di esseri umani, alla povertà, alla instabilità di molti Governi.

Inutile giraci intorno, per combattere una guerra servono i militari, non bastano le parole e i proclami. Ma insieme ai militari (per l’immediato) serve un diplomazia che metta sul tavolo un progetto vasto, che studi leggi ad hoc per i trafficanti di esseri umani che vanno equiparati ai criminali di guerra e non a semplici delinquenti. Ma quello che veramente serve è soprattutto un progetto politico a media e lunga scadenza diretto a quei Paesi (a partire dalla Libia) da dove fuggono i migranti, un progetto che comprenda la cooperazione e lo sviluppo ma che soprattutto punti a garantire una vera stabilità politica. E parliamoci chiaro, non si fa tutto questo senza sporcarsi le mani.

E quando dico “sporcarsi le mani” intendo anche avere il coraggio di prendere decisioni unilaterali dato che le cosiddette “Istituzioni Internazionali”, a partire da ONU e Unione Europea, non riescono ad andare oltre alla semplice ed ipocrita indignazione di fronte a queste stragi continue, di fronte a queste vittime della guerra del Canale di Sicilia. Matteo Renzi non sembra indirizzato verso questa prospettiva anche se il vertice di ieri a Palazzo Chigi sembrava a tutti gli effetti un vertice di guerra. Continua con l’inutile cantilena della copertura internazionale, una copertura che nessuno sembra essere disposto a fornire. E intanto le vittime, quelle vere, continuano a morire. Se il problema è la Libia quel problema va affrontato con la necessaria decisione, anche con l’uso di mezzi e uomini militari. E trovo francamente discutibile il fatto che proprio Renzi pochi giorni fa abbia garantito al Presidente Obama il prolungamento della missione in Afghanistan senza ottenere un impegno americano sulla Libia. Doveva fare il contrario, venire via subito dall’Afghanistan e usare quelle risorse economiche e militari per approntare una missione in Libia, certo, con tutti i rischi annessi e connessi, ma se è vero (ed è vero) che in Libia ci sono tra le 500.000 e il milione di vittime pronte a essere date in pasto ai mercanti di esseri umani, quei rischi abbiamo il dovere morale di affrontarli.

Stiamo andando verso l’estate e con il bel tempo la guerra del Canale di Sicilia pretenderà un numero sempre maggiore di vittime. O decidiamo di combatterla questa guerra oppure rassegniamoci a vedere altre stragi, altre migliaia di morti innocenti. Ma se decidiamo di combattere la guerra del Canale di Sicilia lo dobbiamo fare con decisione e senza compromessi, con gli altri o da soli.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Bianca B.

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