La ribellione di Israele

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Israele si ribella alla cecità della Comunità Internazionale che con l’appoggio al nuovo Governo di Unità palestinese ha deciso di schierarsi con chiarezza dalla parte del terrorismo invece che da quella della democrazia. Lo fa con almeno tre mosse destinate, come sempre, a far discutere.

Prima mossa

Ieri il Governo israeliano ha autorizzato la costruzione di 1.500 nuove unità abitative in Cisgiordania e a Gerusalemme Est (qualcuno afferma che sono 3.200). Immediate le reazioni internazionali a partire dal Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che ha invitato Israele a congelare la decisione e a non prendere iniziative unilaterali. Ban Ki-Moon afferma che la costruzione di insediamenti in Cisgiordania è illegale secondo il Diritto Internazionale. Da Israele ribattono che anche il finanziamento e il sostegno a un gruppo terrorista è illegale secondo il Diritto Internazionale.

Seconda mossa

Congelamento di tutti i trasferimenti di denaro alla ANP (Autorità Nazionale Palestinese). Richiesta dei pagamenti arretrati per quanto riguarda la fornitura di energia elettrica e carburante. Restrizioni allo spostamento di persone dalla Cisgiordania a Gaza e viceversa. Le restrizioni comprendono anche i membri del cosiddetto nuovo Governo di Unità Palestinese. Restrizioni sono previste anche per i palestinesi che lavorano o studiano in Israele ma non comprendono i casi di emergenza sanitaria che, come sempre, continueranno a essere erogati gratuitamente (sono migliaia i palestinesi, anche di Gaza, che vengono curati in Israele, tra questi anche la madre del capo di Hamas, Ismail Haniyeh).

Terza mossa

La terza mossa è del tutto diplomatica, una vera e propria offensiva basata sul Diritto Internazionale volta a bloccare qualsiasi finanziamento ai palestinesi. Si parte con le pressioni sul Congresso Americano e sulla legge americana che prevede il divieto di finanziare qualsiasi entità sospettata di avere legami con il terrorismo. Obama ha garantito al nuovo Governo di Unità Palestinese l’erogazione degli aiuti per 500 milioni di dollari dopo che, solo qualche giorno prima, aveva minacciato di tagliarli se Fatah avesse raggiunto un accordo con Hamas. I gruppi di pressione pro-Israele negli Stati Uniti hanno iniziato una campagna per spiegare agli americani che quegli aiuti in realtà finiscono per finanziare il terrorismo. La seconda fase dell’offensiva diplomatica si basa sul Diritto di Israele di scegliere con chi trattare e con chi non trattare, di definire quale tipo di linea difensiva adottare contro le possibili minacce alla sovranità nazionale e, infine, sul Diritto di adottare le necessarie contromisure contro i nemici di Israele. In questo caso il nuovo Governo di Unità Palestinese viene quindi inquadrato come “ostile” il che comporta l’adozione di tutte le necessarie contromisure atte a garantire la sicurezza di Israele e della sua popolazione.

Israele quindi ha deciso di non sottostare al ricatto internazionale. Qualcuno parla di “ripicca” quando in realtà è la normale reazione alla cecità internazionale di fronte a questa alleanza omicida tra Fatah e Hamas, una alleanza che nei fatti legittima proprio Hamas con la benedizione di Obama. E’ una risposta netta alla ipocrisia di chi, come l’amministrazione americana, a parole di dichiara “amica di Israele” ma nei fatti si comporta come il peggiore dei nemici.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Adrian Niscemi

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