La vita dei gay palestinesi in Israele. Un film per raccontarla

Nelle mie intenzioni originarie c’era l’idea di scrivere un articolo che in occasione del Gay Pride di Gerusalemme presentasse anche “Oriented”, il nuovo film/documentario girato dal regista britannico Jake Witzenfeld e finanziato da privati che racconta la vita di tre gay palestinesi in Israele. Il grave fatto che ieri ha insanguinato il Gay Pride di Gerusalemme ha in parte cambiato le carte in tavola.

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I tre protagonisti del film “Oriented

Durante il mio recente viaggio in Israele ho avuto la possibilità di parlare con uno dei protagonisti del film e di rendermi conto delle difficoltà che deve superare un gay palestinese nella sua vita quotidiana anche in uno Stato democratico e tollerante come Israele dove, come purtroppo dimostrano i fatti di ieri a Gerusalemme, non mancano gli estremisti che odiano “il diverso”, un odio che viene ulteriormente amplificato quando “il diverso” è arabo palestinese.

«Israele ci tollera senza problemi come tollera e accoglie molti gay palestinesi in fuga dalla Cisgiordania e da Gaza» dice Abu Seif, uno dei protagonisti di Oriented, in una intervista registrata per Yedioth Ahronoth «ma non possiamo nascondere che alcuni israeliani hanno difficoltà ad accettarci sia in quanto gay che in quanto arabi».

Approfondisco il discorso con Abu Seif e il suo compagno israeliano davanti a un aperitivo in un locale di Jaffa. Il giovane gay palestinese non nasconde alcune critiche alla politica israeliana nei confronti dei palestinesi ma ammette che la democrazia israeliana è l’unica in tutto il Medio Oriente che lo tuteli sia in quanto arabo che in quanto gay. «Non posso nascondere alcune critiche alla politica israeliana come non posso nascondere le critiche alla politica della Autorità Palestinese, ma qui sono libero di esprimere le mie idee e le mie tendenze sessuali mentre in qualsiasi zona della Palestina verrei ucciso per quello che sono» dice Abu Seif per cercare di spiegare il suo pensiero. «Generalmente non ho problemi con la stragrande maggioranza dei cittadini israeliani, ci sono problemi solo con la minoranza ortodossa e in alcuni casi ai check point o in aeroporto. Essendo arabo sono sottoposto a controlli più rigidi, ma questo lo posso capire. Capisco molto meno le difficoltà che ci sono da parte israeliana a riconoscere lo status di rifugiato ai gay palestinesi in fuga dalla Palestina».

E qui arriviamo al nodo del discorso. La comunità LGBT israeliana sta combattendo da diverso tempo una lotta silenziosa ma costante per convincere il Governo israeliano a concedere lo status di rifugiato ai gay palestinesi in fuga dalla Palestina, ma fino ad oggi a causa di oggettivi problemi di sicurezza e anche a causa della ferma opposizione di una parte della destra israeliana, non si è potuto raggiungere questo traguardo. Fino ad oggi Israele ha accolto senza problemi migliaia di gay palestinesi ma, salvo in pochi casi, la loro accoglienza non è corroborata da un riconoscimento ufficiale. Per cui, sebbene totalmente tollerati, i gay palestinesi rifugiati in Israele vivono in una sorta di limbo non ufficiale dove non possono più essere cittadini palestinesi a causa della loro scelta, ma non possono essere nemmeno cittadini israeliani o quantomeno tutelati dallo Stato Ebraico.

Ieri durante il Gay Pride di Gerusalemme, prima che un folle ortodosso ferisse sei persone e mettesse fine alla manifestazione, per la prima volta dopo tanti anni alcuni gay palestinesi residenti tuttora in Palestina erano usciti allo scoperto arrivando anche a farsi riprendere dalla TV (ho visto un filmato persino su RaiNews 24) e a margine della manifestazione la comunità LGBT israeliana aveva organizzato un incontro sia per presentare il film “Oriented” che per discutere del problema del riconoscimento come rifugiati dei gay palestinesi che fuggono dalla Cisgiordania e da Gaza. Purtroppo la stupidità umana e l’odio verso il diverso hanno messo fine a questa importante iniziativa preparata da tempo proprio in occasione del Gay Pride a Gerusalemme, cioè nel cuore della città che rappresenta le tre religioni monoteiste. Sarebbe stata un bellissima vetrina sia per il film (già presentato all’estero ma non in Israele) che per portare all’attenzione dei tantissimi israeliani liberali e tolleranti (la stragrande maggioranza) la condizione di vita dei gay palestinesi e per cercare in qualche modo di risolvere il problema coniugando le giuste misure di sicurezza con una apertura ai Diritti di queste persone. Purtroppo non è stato possibile a causa di quello che è successo per cui si dovrà organizzare un altro evento.

Rimangono tuttavia alcune certezze indelebili che nessuno, nemmeno il peggior odiatore di Israele, può negare, cioè che in tutto il Medio Oriente l’unica isola di salvezza per chi è omosessuale è Israele, che sempre Israele è l’unico Paese dove è possibile affrontare problemi complessi come quello relativo all’accoglienza dei gay palestinesi che fuggono dalle persecuzioni alle quali sono sottoposti in Palestina senza per questo evitare di affrontare l’opposizione interna degli ultra-ortodossi e di una parte della destra israeliana. E in questo Medio Oriente costellato di violenza settaria e religiosa non è poco. Lo dovrebbero ammettere anche le comunità LGBT occidentali invece di sprizzare odio da ogni loro poro, un odio che si può giustificare solo con il peggior antisemitismo.

Scritto da Paola P.

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