Libertà di stampa in Italia: quando il silenzio uccide più delle pistole

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Ieri 3 maggio si è celebrata la giornata mondiale della libertà di stampa, una giornata che come sempre ha visto un susseguirsi di pubblicazioni e rapporti su quali siano i paesi più repressivi verso i giornalisti e la libertà di stampa.

Questa mattina avrei voluto parlarvi dei giornalisti e dei blogger incarcerati in Iran, in Turchia, in Pakistan, in Venezuela o di come sia dura la vita per un giornalista nella Russia di Putin, ma una mail ricevuta ieri sera mi ha fatto cambiare completamente idea. Il mittente era la redazione del sito web La Spia, un giornale online siciliano specializzato nella denuncia di fatti criminali mafiosi, uno di quei siti di nicchia dove però si fa giornalismo di inchiesta vero, quello che ti fa rischiare la pelle.

La mail in questione denunciava un fatto gravissimo passato praticamente sotto completo silenzio da parte della cosiddetta “grande stampa”, la gravissima aggressione fisica subita due settimane fa dal Direttore de La Spia, Paolo Borrometi, brutalmente pestato da dei delinquenti che lo hanno invitato a “farsi i cazzi suoi”. La colpa di Paolo Borrometi, che tra l’altro è collaboratore dell’Agenzia AGI, è quella di denunciare l’omertà, la corruzione e i sistemi mafiosi in un territorio come quello di Vittoria (Ragusa) ad altissima densità mafiosa. In particolare Borrometi si stava interessando all’omicidio di stampo mafioso di un ragazzo 32enne incensurato avvenuto a Vittoria lo scorso anno, un omicidio ancora irrisolto di cui lo stesso Paolo Borrometi aveva parlato anche alla trasmissione di RAI 2 “I fatti vostri”. A seguito di questo suo “interessamento” e del suo lavoro di inchiesta aveva ricevuto diverse minacce e intimidazioni anonime. Ma, come ogni buon giornalista che si rispetti, Paolo Borrometi non si è fatto intimidire ed è andato avanti con il suo lavoro d’inchiesta convinto che omertà equivale a mafia e che lo Stato e i giornalisti abbiano il dovere morale e civile di far chiarezza, fino a quando mercoledì di due settimane fa è stato brutalmente picchiato da due energumeni i quali appunto gli hanno intimato di “farsi i cazzi suoi”.

Ora, questo fatto gravissimo è passato completamente sotto silenzio nella “grande stampa” nazionale. I vari Santoro, Gruber, Formigli, i vari sancta sanctorum della “grande stampa” nemmeno lo hanno preso in considerazione. Hanno praticamente lasciato solo Paolo Borrometi. Ed è questo che in passato ha ucciso altri giornalisti coraggiosi, il silenzio, ed è proprio su questo silenzio che conta la mafia, un silenzio che assomiglia a un abbandono.

Ieri, come ogni anno, abbiamo letto centinaia di righe sulla libertà di stampa, spesso ovvietà su come i giornalisti negli altri Paesi vengono uccisi, incarcerati, torturati e minacciati, ma nessuno ha guardato in casa nostra, nessuno a parlato di quel silenzio complice che uccide più delle pallottole, nessuno ha ricordato il durissimo lavoro che fanno questi giornalisti di periferia, lontano dalle luci della ribalta e dal clamore, un lavoro pericoloso proprio perché “non clamoroso”, quello stesso lavoro che permette alle “grandi testate” di fare i loro scoop ma che spesso rimane nell’oblio del silenzio, proprio quel silenzio che finisce per diventare il principale complice della mafia.

E allora, possiamo parlare di libertà di stampa in Italia quando notizie come queste vengono letteralmente coperte da un assordante silenzio omertoso e mafioso? Possiamo dirci un “paese libero” se abbandoniamo al loro destino questi giornalisti coraggiosi come Paolo Borrometi o come tutti gli altri che fanno il suo stesso lavoro in altre zone della Sicilia, in Calabria, in Campania o in Puglia? Libertà di stampa non è solo avere il Diritto di insulto o di inventarsi notizie, cosa di cui noi italiani siamo diventati maestri, ma è soprattutto non tacere di fronte a questi fatti. Libertà di stampa è avere il coraggio di denuncia anche se la notizia non fa lo stesso share di un milionario psicopatico che abbaia alla luna o di un rocker che da del piduista al Premier. Diversamente non siamo più liberi dei giornalisti iraniani, turchi o venezuelani che per le loro denunce finisco in carcere o col collo cinto da una corda. Il silenzio uccide più del boia e delle pallottole.

Scritto da Bianca B.

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