Libia e migranti: una critica costruttiva a Medici Senza Frontiere e alle ONG

Le ONG hanno cambiato il loro modo di operare. Se prima andavano in Africa per aiutare gli africani, adesso aspettano che siano gli africani a venire da loro. E’ il capovolgimento della loro missione

Prima di affrontare nello specifico il problema dei migranti maltrattati in Libia e il lavoro che dovrebbe essere svolto dalle ONG in quel territorio, vanno fatte alcune indispensabili premesse.

1. Il rapporto di Medici Senza Frontiere non ci dice nulla di nuovo rispetto a quello che già si sapeva su come vengono (mal)trattati i migranti nei centri di detenzione libici. Al limite ci stupisce che rapporti analoghi non siano stati fatti anche prima, quando cioè i migranti venivano detenuti negli stessi centri e nelle stesse condizioni prima di essere spediti verso l’Europa. E poi perché non ci sono rapporti simili per quanto riguarda la Turchia dove la situazione dei profughi siriani (profughi non migranti) è forse peggiore di quella vista in Libia o nei campi della Somalia, del Congo o dell’Uganda?

2. Il lavoro delle ONG dovrebbe essere quello di agire nei territori interessati dai grandi flussi migratori al fine di creare le condizioni necessarie affinché quelle popolazioni non sentano il bisogno di migrare, non quello di aspettare i migranti nel Mediterraneo per traghettarli in Europa. Questa “nuova politica” assistenziale crea in chi vuole migrare la falsa sensazione di poterlo fare con semplicità e che, una volta raggiunta l’Europa, tutto sia semplice e facile.

3. Nel corso degli anni le ONG hanno perso quelle che erano le loro linee guida basilari che erano principalmente la cooperazione e lo sviluppo. Invece di operare con questi obiettivi direttamente nei territori bisognosi in modo di creare le condizioni necessarie a un miglioramento delle condizioni di vita esse si sono concentrate nell’assistenza di chi è in fuga aspettando che queste persone giungano a loro. Insomma, invece di andare in Africa come si faceva un tempo adesso le ONG aspettano che siano gli africani a spostarsi. E’ più facile e più redditizio ma è anche una rinuncia a promuovere quella cooperazione allo sviluppo che dovrebbe essere alla base del mandato di molte ONG. Solo che mentre in tanti parlavano dei morti nel Mediterraneo nessuno faceva un fiato sulle migliaia di morti nel deserto del Sahara, morti attribuibili in parte proprio a questo assurdo cambio di politica delle ONG.

Le ONG non hanno solo ragioni, hanno anche torti

Se le denunce delle ONG sui maltrattamenti dei migranti nei campi di detenzione in Libia hanno senza dubbio un fondamento, è altrettanto vero che il loro comportamento non favorisce una soluzione al problema. Prima di tutto evitiamo di prendere per oro colato ogni cosa che viene detta. Non basta la sigla di Organizzazione Non Governativa per essere la bocca della verità. Le ONG vedono la situazione solo sotto il loro punto di vista e la riportano a seconda di quelli che sono i loro interessi. Per esempio, una ONG come Medici Senza Frontiere specializzata in interventi di emergenza e non in progetti di sviluppo punta esclusivamente alla gestione del momento emergenziale e non pensa nel lungo periodo come invece dovrebbero fare coloro che mirano alla soluzione del problema. Insomma, per quanto onesta, la visione di MSF è quella di un ente che gestisce le emergenze ma non il problema alla base. E parlare di “emergenza immigrazione” è ormai superato. Il problema è molto più grosso e non può certo essere gestito nell’ottica emergenziale.

La gestione dei campi in Libia

Quello su cui bisogna lavorare non è quindi la gestione dell’emergenza ma la gestione del problema epocale della migrazione africana nel medio-lungo periodo. Se il problema continuasse ad essere gestito come è stato fatto fino ad oggi il risultato sarebbe quello di inviare agli africani un messaggio completamente sbagliato che è quello che possono venire tutti in Europa quando invece questo è impossibile. Non solo, si manda anche il messaggio che una volta arrivati in Libia il più è fatto perché poi ci sono le ONG che provvedono al trasporto in Europa. Fino a qualche tempo fa era proprio questo che raccontavano i trafficanti ai migranti nei punti di partenza in Africa sub-sahariana. L’alternativa c’è ed è quella di arrivare alla gestione dei centri di detenzione in Libia da parte delle Organizzazioni internazionali (UNHCR) in collaborazione con quelle ONG che intendono tornare a operare direttamente nel luogo dove c’è bisogno del loro intervento. Certo, non è facile come aspettarli al largo delle coste libiche, è più complicato operare direttamente in territorio ostile, ma è questo che fanno le ONG serie.

Bloccare i flussi in Libia e in Africa nel lungo periodo vuol dire salvare vite

Bloccare i flussi in Africa, o quantomeno governali, nel lungo periodo vuol dire salvare migliaia di vite, vuol dire evitare a questa povera gente di avventurasi nel terribile attraversamento del Sahara prima e del Mediterraneo poi. Una ONG seria non può non considerare questo fatto, non può non valutare i tanti vantaggi di una politica migratoria regolamentata. Puntare solo sulle critiche nella gestione dei centri di raccolta dei migranti (critiche più che giuste) senza valutare quali sarebbero le alternative è quindi quanto di più sbagliato possano fare alcune Organizzazioni Non Governative. Piuttosto si dovrebbero concentrare su come affrontare il problema alla fonte e non al traguardo.

In conclusione, pur ammettendo che quanto denunciato da MSF corrisponda al vero, piuttosto che chiedere il ritorno al traghettamento dei migranti una ONG degna di questo nome cercherebbe di trovare soluzioni fattibili e soprattutto agirebbe da ONG, cioè cercherebbe di operare sul territorio al fine di risolvere il problema. E’ vero che nel caso di MSF, che come ho detto è indirizzata principalmente (se non unicamente) alla gestione emergenziale, vorrebbe dire rinunciare a qualsiasi operazione, ma potrebbero sempre operare nei centri di detenzione in Libia. Su questo bisognerebbe lavorare e non criticare e accusare chi cerca di gestire il fenomeno.