Obama e il discorso sull’Unione: una serie infiniti di luoghi comuni e ipocrisie

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Il discorso sullo stato dell’Unione che il Presidente Obama ha fatto di fronte alle Camere unite è stato prevalentemente incentrato sulle vicende interne agli Stati Uniti e sotto questo aspetto  è parso piuttosto convincente , ma quando ha toccato la politica estera si è trasformato in un festival di luoghi comuni che non ha spostato di un millimetro la politica attendista degli Stati Uniti.

Obama ha detto che “l’America sta a fianco di Israele in tutto e per tutto”, passaggio questo applauditissimo dai presenti, ma poi sull’Iran è tornato a ribadire un concetto che definire fumoso è un eufemismo, quando ha detto che “gli Stati Uniti faranno tutto il necessario per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari”. Ecco, è lo stesso concetto che va ripetendo da tre anni a questa parte, solo che negli ultimi tre anni l’America non ha fatto niente per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Certo, ha imposto delle sanzioni stringenti che però, come nel caso della Corea del Nord, stanno pesando sulla popolazione e non sul regime e sulla sua volontà di perseguire le armi atomiche.

In parte Obama svela la sua assurda strategia quando afferma che “i leader iraniani devono rendersi conto che è giunto il momento di trovare una soluzione diplomatica”, confermando quindi che è fermamente intenzionato a ricercare un accordo con l’Iran e non a impedire concretamente che giungano ad avere armi atomiche.

Ma il massimo dell’ipocrisia lo ha raggiunto quando ha parlato di quei Paesi che sono passati da una ipotetica “primavera araba”ad un effettivo “inverno islamico”. Obama ha affermato che “l’America non può pretendere di dettare i cambiamenti” e che quindi bisognerà essere pazienti ma fermi nel pretendere il rispetto dei Diritti Umani e Civili. Peccato che quando si è trattato di mettere al potere la Fratellanza Musulmana in Egitto, Tunisia e Libia, l’America abbia dettato eccome quei cambiamenti. Se li ha dettati allora, perché non dettarli anche ora che l’errore è evidente e davanti agli occhi di tutti? E’ la ripetizione della strategia messa in campo dopo l’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens: coprire in ogni caso e sempre gli errori e non porvi rimedio partendo dalla loro ammissione.

Non voglio e non posso giudicare il Presidente Obama sul piano della politica interna, ma posso giudicarlo sul piano della politica internazionale ed è innegabile che sotto la guida di Obama gli Stati Uniti sono diventati l’ombra di quella potenza mondiale che erano. Si sono indeboliti, hanno perso di credibilità tanto da essere sbeffeggiati dalla Corea del Nord e dall’Iran. Hanno messo Israele e il mondo in una situazione in cui per uscirne sarà impossibile non ricorrere alla forza bruta. Solo che se lo si faceva due anni fa poteva avere un senso parlare di “semplice blitz” o di “operazione mirata”, ma ora non si può non parlare di “guerra su larga scala” perché si è dato il tempo a Teheran di organizzare tanti piccoli fronti e di stringere pericolose alleanze. Se ci pensiamo bene il punto di non ritorno è già stato superato da un bel po’.

Il prossimo mese Barack Obama andrà in visita in Medio Oriente e i pacivendoli indefessi non negano di avere grandi prospettive sulla ripresa dei colloqui con i cosiddetti “palestinesi”. Ebbene, la cosiddetta “Palestina” non è il problema principale, né per Israele né per il mondo libero. Il problema sta qualche migliaia di chilometri più a est, solo che Obama continua a non vederlo (o, come ci insegna Chris Stevens, a far finta di non vederlo).

Miriam Bolaffi

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