Palestina: per Israele è il tempo delle decisioni definitive

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Ariel Sharon, che non si può certo giudicare una colomba, quando era nel pieno delle sue facoltà fisiche e mentali disse che “piaccia o no, uno Stato palestinese a fianco di uno Stato Ebraico è l’unica strada verso la pace”. Sharon disse queste cose in occasione della presentazione della famosa “Road Map” che, nelle intenzioni dei suoi propugnatori, doveva portare gradatamente alla formazione di due Stati per due popoli.

Come finì poi la Road Map lo sappiamo tutti, venne sconvolta da assurde giravolte palestinesi e da pretese che Israele non poteva concedere quali per esempio la rinuncia a Gerusalemme, il ritorno dei finti profughi, l’evacuazione (l’abbandono) delle colonie e via dicendo.

Oggi si torna a chiedere una Road Map aggiornata. Lo fa Dov Weisglass dalle pagine di Yedioth Ahronoth. Attenzione, non il ritorno alla vecchia Road Map ma una nuova strada a tappe che porti ad un accordo che preveda alla fine la nascita di uno Stato palestinese.

Weisglass nel suo editoriale parla del rischio concreto che viene dalla crescita esponenziale di Hamas in Cisgiordania e della violenza che cova sotto le ceneri, una violenza che secondo molti esperti di intelligence israeliana è pronta ad esplodere in tutta la sua virulenza. L’unico modo, a detta di Weisglass, di fermare questa drammatica evoluzione è che si torni al più presto alle trattative con la ANP e che vengano gettate le basi per una nuova Road Map.

Ora, io non sono completamente d’accordo con Dov Weisglass non fosse altro perché nella sua visione delle cose sarebbe necessario tornare indietro alla situazione del 2003 il che comporterebbe sgomberi forzati di diverse colonie, la rinuncia a Gerusalemme Est e ad altre zone che ormai fanno parte della quotidianità israeliana. Sono invece d’accordo sul fatto che in merito ad un futuro Stato Palestinese una scelta definitiva vada fatta. Se si decide che questo Stato debba esserci allora occorre lavorare su quella strada facendo in modo però di non pagare un prezzo troppo alto agli arabi e agli odiatori. Se invece si decide che ormai il concetto di “Stato Palestinese” è stato superato dagli eventi e che occorre trovare un’altra strada (incorporamento alla Giordania per una parte e all’Egitto per Gaza) allora bisognerà lavorare attivamente su questa strada. Ma una cosa è certa: una decisione va presa al più presto e questa volta deve essere una decisione definitiva.

Se Dov Weisglass ha ragione su una cosa è sul “fuoco che cova sotto le ceneri” e di certo questa politica non chiara ne favorisce l’esplosione. Hamas sta approfittando delle marcata debolezza di Fatah e anche ieri, a parte i soliti proclami e nonostante la mediazione di Morsi, non si sono fatti significativi passi avanti verso quella “riconciliazione” tra Hamas e Fatah così tanto voluta da Abu Mazen. Ecco perché, arrivati a questo punto, Israele deve scegliere se prediligere una trattativa con Abu Mazen oppure con Khaled Mashaal attraverso l’Egitto di Mohammed Morsi. Se si decide di trattare con la ANP allora bisogna dare per contato che si accetterà la nascita di uno Stato Palestinese con tutti i rischi che comporta. Se invece si sceglie la strada egiziana (quella di Hamas) allora bisognerà lavorare sull’incorporamento delle terre arabe alla Giordania e all’Egitto visto che è escluso un Governo autonomo sulla Striscia di Gaza.

A dire il vero ci sarebbe anche una terza via, quella che vorrebbero alcuni in Israele e che vede un atto di forza e l’occupazione totale da parte israeliana delle terre contese. E’ una soluzione che per il momento sembra non essere presa in considerazione dal Governo israeliano ma che potrebbe tornare a galla nel caso quel “fuoco sotto la cenere” dovesse esplodere in una terza intifada.

Una cosa mi sembra però certa: Israele deve prendere una decisione definitiva e nel farlo non può e non deve stare a sentire le richieste internazionali ma guardare unicamente al proprio interesse. Per troppo tempo gli interessi (anche strategici) di Israele sono stati messi in disparte per “accontentare” le richieste internazionali. Il risultato è uno stallo che sta diventando pericoloso.

Si vuol fare una nuova “Road Map” per qualunque scelta si decide di seguire? Va bene, purché sia Gerusalemme a dettarla e non Abu Mazen o, peggio ancora, Catherine Ashton. E’ il momento di chiudere la questione palestinese, in un modo o nell’altro.

Noemi Cabitza

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