Quale futuro per Gaza? Dalla vittoria militare a quella politica

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Arrivati a questo punto della guerra tra Israele e Hamas, con gli israeliani che hanno raggiunto un considerevole numero di risultati militari, a Gerusalemme ci si deve chiedere: e adesso cosa facciamo? Come facciamo a trasformare una vittoria militare in una vittoria politica?

Le domande non sono retoriche. Nelle due precedenti guerre con Hamas gli israeliani hanno commesso un errore fatale, non hanno trasformato la vittoria militare in una vittoria politica. Non solo non hanno intaccato la leadership di Hamas a Gaza, ma forse l’hanno addirittura rafforzata. Ora si tratta di non fare lo stesso errore, si tratta di trovare una soluzione definitiva al problema Hamas, una soluzione politica e di lungo periodo che, come diceva ieri il Presidente Egiziano Al Sisi nel suo incontro con Matteo Renzi, garantisca la sicurezza di Israele ma allo stesso tempo dia speranza ai palestinesi di Gaza.

E’ chiaro che una soluzione del genere non può prevedere la presenza di Hamas o della Jihad Islamica a Gaza, ma è altrettanto chiaro che non può essere Israele a imporla militarmente. Quello che può (e deve) fare Israele è usare la vittoria militare per imporre un cambiamento politico duraturo. Per farlo deve giocare d’astuzia e appoggiarsi a due attori fondamentali della regione: Egitto e Autorità Nazionale Palestinese (ANP). E’ vero che la ANP è un ammasso di corruzione e certamente non è il massimo, ma al momento è l’alternativa migliore ad Hamas. In più, appoggiarsi a Egitto e ANP vorrebbe dire tagliare fuori il nuovo asse del male, Stati Uniti, Turchia e Qatar, vorrebbe dire togliere ad Hamas la terra da sotto i piedi a livello politico.

In queste ore in Egitto si sta discutendo su come raggiungere un cessate il fuoco duraturo ed è molto indicativo che non ci siano rappresentati di Turchia e Qatar mentre la delegazione USA è di basso livello. E’ indicato anche che Israele abbia deciso di non trattare con Hamas e quindi di non partecipare a questi colloqui. Lo farà l’Egitto al posto di Israele. E’ una buona mossa politica come è una buona mossa riposizionare le truppe di terra senza però togliere la pressione militare su Hamas perché quello che manca ora è sensibilizzare la popolazione di Gaza e portarla a fare quello che hanno fatto gli egiziani con i Fratelli Musulmani. Ma per arrivare a questo occorre fare in modo che la supremazia militare di Hamas a Gaza sia compromessa, che non permetta ai terroristi di continuare a controllare con la violenza la popolazione come è avvenuto fino ad oggi. Le indicazioni delle intelligence di Israele ed Egitto (ma anche degli Emirati Arabi Uniti) dicono che il malcontento verso Hamas e i suoi leader è molto forte a Gaza, ma che fino ad oggi ogni minimo accenno di protesta è stato duramente represso da Hamas. Occorre fare in modo che questo non avvenga più.

Per questo, una volta eliminato il problema dei tunnel, la priorità militare di Israele deve essere quella di decapitare la leadership di Hamas per consentire alla soluzione politica di fare il proprio corso. A un certo punto in tutte le guerre serve che ci sia un passaggio di consegne dai militari alla politica e mai come nel caso di Gaza questo passaggio di consegne deve avvenire a seguito dell’eliminazione fisica del nemico. Dopo i tunnel quindi l’obbiettivo devono essere i vertici di Hamas a Gaza, a partire da Islail Haniyeh e Mousa Abu Marzouk per arrivare a tutta la linea di comando militare partendo da Mohammed Dief. Se sono ancora a Gaza vanno stanati.

[glyphicon type=”user”] Analisi di Miriam Bolaffi

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