Quanta aggressività nella informazione e sui social media

Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad una escalation di eventi drammatici ed imprevedibili. Ogni conflitto, disordine o evento sociale è stato filtrato dai mezzi di comunicazione di massa, la macchina dell’informazione infatti ci ha sempre assistito nel comprendere e analizzare i fatti della realtà sociale e politica attuale.

Cosa spinge però gli utenti dell’informazione globale verso l’aggressività e la violenza verbale (e non) nel prendere le parti di una particolare fazione in guerra quasi come fosse una partita di calcio? Basti scorrere i commenti alle news propinate attraverso tutti le varie versioni digitali dei quotidiani per accorgersi del clima di aggressività intellettuale che va creandosi in seno alle opinioni delle persone. Le minacce di morte o gli insulti razziali ormai sono all’ordine del giorno. Abbiamo dimenticato in fretta “L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert “, forse eravamo addormentati a scuola quando ci insegnavano gli orrori della guerra e le persecuzioni nei confronti di interi popoli, abbiamo scordato addirittura le buone maniere, poiché si sa, c’è modo e modo per mandare a quel paese qualcuno.

Quando ero un ragazzino, ricordo che portai all’esame di terza media una ricerca sul nazismo e i campi di concentramento, eravamo tutti attratti dalla guerra e dalle imprese eroiche e dalle sconfitte eclatanti del “male”. Io presi l’argomento più succulento, nella mia ingenuità presi l’argomento che più conoscevo. Si certo, mio nonno era stato a Dachau e Mauthausen, conoscevo in linea di massima alcuni suoi racconti ma l’orrore avvenne sfogliando i libri “veri”, quelli non censurati dalla stampa preoccupata di sconvolgere troppo i bimbi delle medie, era un grosso libro di mio padre. Ricorderò per sempre quelle fotografie in bianco e nero che ritraevano quei poveri copri ammassati come i miei giochi nell’armadio, quelle erano persone, li in mezzo, poteva esserci finito mio nonno se non fosse stato uno dei pochi sopravvissuti. Dall’età di 12 anni ho sempre pensato, quindi, che un orrore del genere fosse scaturito per cause ambientali, l’ignoranza dell’epoca, i pochi mezzi di informazione e la semplicità di molte menti rese deboli dalla fame, un orrore del genere NON POTEVA per forza di cosa ritornare, nel mondo delle università sempre più frequentate, nel mondo dell’informazione globale, questo non sarebbe potuto accadere.

Questo mio pensiero è crollato con la maturità e si è infiammato negli ultimi giorni. Non importa quanti libri una persona abbia esposto nel salotto di casa o quante mostre al museo frequenti ogni anno, lo stesso odio, la stessa aggressività è ancora tra noi, è viva e rischia di sfociare nel dramma.

Ma cosa spinge una persona nata in un paese come l’Italia, a minacciare di morte o insultare un suo simile (si perché è un tuo simile nonostante la difesa della razza) mentre, seduto comodamente in poltrona, di ritorno dalle vacanze sorseggia un buon caffè? Sarebbe troppo semplice dare la colpa all’immagine che viene data dai mass-media di alcuni conflitti, sarebbe troppo facile prendersela con il giornalista di turno che, da una parte o l’altra, mostra la sua versione dei fatti. La triste ed entusiasmante realtà è che l’uomo è un essere libero e pensante, e tramite questa libertà decide quale sia l’informazione che secondo lui è la più accurata, ovviamente influenzato dall’esterno e sicuramente poco informato, ma pur sempre di libera scelta si tratta.

Secondo la teoria della frustrazione-aggressività, una delle prime teorie sull’aggressività in psicologia sociale, è proprio la frustrazione che innesca reazioni aggressive e diciamocelo, di questi tempi la frustrazione non manca proprio. Ma la parte più interessante è quella che viene definita “dislocazione”, ovvero un reindirizzamento dell’aggressività verso un obbiettivo diverso da quello che ha originato la frustrazione, questo significa che se io sono arrabbiato per come va la mia vita può accadere che sfoghi la mia rabbia non su me stesso ma su qualche altro obbiettivo.

Perché tutto questo? Solitamente perché “l’altro obbiettivo” è più facile da aggredire o semplicemente perché la sua aggressione è socialmente accettata.

E qui, a questo punto mi fischiano le orecchie, inizio a farmi delle domande, forse comprendo addirittura alcuni atteggiamenti. La mia idea rimane che l’uomo ha le capacità nonché l’obbligo di ragionare ed informarsi, tentare di capire e discutere poiché solo attraverso il confronto si riescono a maturare opinioni interessanti, ovviamente senza mai dimenticare che la nostra opinione è pur sempre l’opinione di un individuo che con tutta la buona volontà del mondo, comunque siede su una poltrona osservando immagini di guerra tra una birra e una cena con amici e che, probabilmente, l’unica guerra che ha combattuto è quella con il proprio partner per il possesso del telecomando della TV.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Mirco J. Butkovic

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