Quello che c’è da sapere sulla presunta riconciliazione palestinese

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Domani potrebbe essere la giornata decisiva per la presunta riconciliazione palestinese. Le delegazioni di Hamas e di Fatah si incontreranno infatti al Cairo sotto la supervisione del capo della intelligence egiziana, il Generale Khaled Fawzy, e sarà probabilmente la riunione decisiva.

Della delegazione di Fatah si sa tutto o quasi. Si sa che sarà composta da Jibril Rajoub, da Azzam al-Ahmad e da Rauhi Fatuh, quindi tre elementi di primissimo piano ma non così importanti da dare l’impressione di avere l’ultima parola che rimane comunque nelle mani del Presidente Maḥmud Abbas (Abu Mazen). Di quella di Hamas invece non si sa molto. Secondo indiscrezioni i terroristi che governano la Striscia di Gaza vorrebbero inviare una delegazioni di falchi tra i quali Saleh al-Arouri, cioè il coordinatore delle attività terroristiche di Hamas in Cisgiordania. Il messaggio dei terroristi è chiaro: si può discutere di tutto ma non di smantellare l’ala militare né di interrompere le attività ostili contro Israele.

Ed è questo il punto del contendere. Il Presidente palestinese Maḥmud Abbas pretende che oltre a cedere il controllo civile della Striscia di Gaza i terroristi di Hamas disarmino la loro ala militare. Abbas non vuole che nella ipotetica Palestina del futuro si ricrei una situazione di tipo libanese con Hamas al posto di Hezbollah. Di contro i terroristi che governano Gaza escludono a priori di rinunciare al controllo militare della Striscia di Gaza e puntano proprio a una situazione di tipo libanese dove la loro ala militare diventi una sorta di esercito regolare.

Nei fatti basterebbe questo muro contro muro a mettere la parola fine alle velleità di “unità nazionale” palestinese. Ma c’è anche altro. Il presidente palestinese sa che in Cisgiordania Hamas gode di un ampio sostegno (a differenza di quanto avviene a Gaza) e che in caso di libere elezioni potrebbe perdere la presidenza della ANP a favore di un uomo di Hamas. Per questo, pur senza poterlo ammettere, non è affatto interessato alla fantomatica riconciliazione palestinese né è interessato a governare la disastrata Gaza senza avere completa mano libera. Abbas sa benissimo che Hamas non rinuncerà mai alla sua arma più potente, l’ala militare, per cui nel momento in cui pone quella condizione è certo che i colloqui falliranno.

Come detto, a mediare tra le parti sarà il capo della intelligence egiziana, il potentissimo Generale Khaled Fawzy, il quale più che essere interessato alla riconciliazione palestinese è interessato a che Hamas non fornisca più supporto logistico ai terroristi dell’ISIS che operano nel Sinai e soprattutto che l’Iran stia lontano dalla Striscia di Gaza. Fawzy sa che l’unico modo per ottenere questo risultato è quello di riportare Hamas nell’alveo palestinese. Dovrà quindi trovare il modo di individuare un compromesso che potrebbe essere quello di accettare che Hamas mantenga la propria ala militare a condizione che interrompa la collaborazione con l’ISIS nel Sinai e che metta fuori legge la Jihad Islamica, un gruppo terrorista che opera a Gaza sotto gli ordini diretti di Teheran. Bisogna vedere se a Fatah (e soprattutto ad Abu Mazen) questo basterà. Ma ci sono forti dubbi per le ragioni di cui sopra.

E Israele cosa ne pensa di tutto questo? Ufficialmente le opinioni espresse dal Governo sono poche in merito alla riconciliazione palestinese, tutte di tenore contrario. Ufficiosamente il Governo di Gerusalemme segue con molta attenzione l’evolversi della situazione tra Hamas e Fatah. I contatti con il Generale Khaled Fawzy sono praticamente quotidiani e pur rimanendo ai margini delle trattative tra le fazioni palestinesi, Gerusalemme fa sentire il suo peso. Quello che si vuole evitare non è tanto l’improbabile riconciliazione palestinese quanto piuttosto che Hamas, in gravissima crisi finanziaria e di consensi a Gaza, rialzi la testa e riesca a uscire da quell’imbuto in cui si è venuto a trovare. A Gerusalemme temono che un eventuale compromesso tra le fazioni palestinesi possa agevolare Hamas e che l’Egitto, una volta raggiunto questo compromesso, allenti la sua morsa sulla Striscia di Gaza il che permetterebbe ad Hamas di importare armi dall’Iran e di ricevere denaro. In questo momento Hamas, checché ne dicano i suoi sostenitori, non è in grado di dare il via a una esclation con Israele. La “politica dello strangolamento” quindi funziona. Hamas, pur rimanendo una minaccia reale, non è mai stato così debole e di certo a Gerusalemme non vogliono soluzioni che possano portare i terroristi a uscire da questa situazione. Quindi per una volta gli interessi di Israele convergono con quelli di Abu Mazen.

Domani capiremo meglio qual’è la situazione e quali compromessi offriranno gli egiziani ai palestinesi. L’Egitto per ottenere quello che vuole è disposto a ridare carica ad Hamas, ma né Israele né tanto meno Abu Mazen sono disposti a fare altrettanto. Dall’esterno, soprattutto dall’Europa, vi sono forti pressioni per una riconciliazione palestinese anche a costo di rianimare i terroristi. La scusa è sempre quella della drammatica situazione in cui versa la Striscia di Gaza, per di più con l’inverno alle porte, per cui qualsiasi compromesso andrà bene. Solo che le cose non funzionano così e qualsiasi soluzione che possa rianimare Hamas sarà una sconfitta per tutti, anche per coloro che crederanno di aver raggiunto un compromesso utile. L’unica soluzione veramente possibile è quella che nessuno (escluso Israele) vede o ha il coraggio di esprimere, cioè la fine di Hamas.

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