RD Congo: un piccolo passo avanti contro i minerali insanguinati

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Non siamo ancora alla certificazione di provenienza del Coltan ma sembra che qualcosa si stia muovendo. Per la prima volta infatti la Repubblica Democratica del Congo introduce un sistema di certificazione denominato “conflict-free” per i minerali provenienti dalla regione del Nord Kivu.

A comunicarlo è stato l’organismo statale congolese che controlla le miniere (ITRI) annunciando l’introduzione di uno speciale codice a barre sui minerali, in prevalenza Coltan e stagno, provenienti dal Nord Kivu e in particolare quelli estratti da 17 miniere certificate con “semaforo verde”.

Dopo che gli Stati Uniti nel 2010 hanno introdotto il cosiddetto Dodd-Frank Act per impedire alle società quotate in borsa di comprare minerali insanguinati, il Congo ha visto crollare le esportazioni di minerali che sono passate dalle 7.800 tonnellate del 2009 alle 2.900 tonnellate del 2011 fino a stabilizzarsi sulle 3.000 tonnellate attuali. Così il Governo congolese ha introdotto un sistema di codifica e certificazione denominato a “semaforo”: semaforo verde per le miniere certificate “conflict-free”, semaforo giallo per quelle poco chiare e semaforo rosso per le miniere interessate da conflitto. A controllare che la codifica venga fatta come si deve è un organismo congolese, cosa che ha fatto storcere il naso a diverse organizzazioni per i Diritti Umani. Tuttavia controlli esterni hanno certificato che la codifica fino ad oggi ha rispettato i parametri imposti dal Dodd-Frank Act, che rimane al momento l’unico sistema di garanzia contro i minerali insanguinati.

Secondo quanto riferito a Rights Reporter da Emmanuel Ndimubanzi Ngoroba, capo della divisione miniere del Nord Kivu, dalla prossima settimana la produzione di 17 miniere certificate con il “semaforo verde” potrà quindi tornare sul mercato internazionale.

I dubbi sulle miniere clandestine

Al di la dei numeri ufficiali che vedono una forte riduzione delle esportazione e il crollo dei prezzi dei minerali, ci sono quelli del mercato nero che viene alimentato da una miriade di miniere clandestine e dalla totale incuranza da parte di alcune aziende, in particolare cinesi ma anche europee e americane, sulla provenienza dei minerali. Le miniere clandestine sono controllate da gruppi armati che contrabbandano i minerali attraverso Uganda, Ruanda e Burundi. Tra i minerali più contrabbandati oltre al coltan e allo stagno, ci sono oro, diamanti e tungsteno. Ma qualcosa si sta muovendo anche in questo senso. Una ditta dì canadese, la Canada’s Alphamin Resources, ha ottenuto il controllo della miniera di Bisie, la più grande miniera di stagno del Nord Kivu, e garantisce il rispetto della codifica introdotta dal Governo congolese. Altre compagnie minerarie stanno cercando di controllare le piccole miniere clandestine con il supporto dell’esercito congolese e delle truppe Onu. «Molte famiglie dipendono esclusivamente dalla estrazione dei minerali – dice ancora Emmanuel Ndimubanzi Ngoroba a Rights Reporter – quindi non possono prescindere da questa attività accettando di lavorare nelle miniere clandestine in condizioni disumane. Ma se le compagnie straniere potranno garantire che la codifica introdotta dal Governo del Congo verrà rispettata noi non abbiamo nulla in contrario al loro controllo».

Siamo di fronte a piccoli passi avanti nella lotta contro i minerali insanguinati, ma sono passi significativi perché vanno nella direzione della certificazione della provenienza dei minerali, in particolare del Coltan, che chiediamo da diversi anni. Non è ancora abbastanza e ci sono molte lacune da colmare, ma finalmente si è presa la strada giusta.

Scritto da Claudia Colombo

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