Siria, proposta egiziana: un quartetto islamico per risolvere il conflitto

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Parte dall’Egitto la nuova proposta per risolvere il conflitto in Siria. A proporla è stato ieri Essam al-Haddad, consigliere del presidente egiziano Mohammed Morsi. In sostanza si tratterebbe di mettere intorno ad un tavolo i due nemici storici, Iran e Arabia Saudita, e farli discutere con la mediazione di Turchia ed Egitto.

La prima cosa che evidenzia la proposta egiziana è che dietro al conflitto in Siria ci sono due potenze regionali che si fanno la guerra da anni per interposta persona: l’Iran (sciita) e l’Arabia Saudita (sunnita-wahabita). Quello tra Iran e Arabia Saudita è un conflitto sotterraneo che va avanti da anni in diverse aree del Medio Oriente e dell’Africa (Yemen, Oman, Qatar solo per citarne alcune), un confitto dove la Siria è solo l’ultimo dei teatri anche se quello più sanguinoso. L’Iran appoggia senza riserve i ribelli sciiti dove i regimi sono in mano ai sunniti e appoggia la Siria che è un regime sciita (per la precisione alawita), mentre l’Arabia Saudita appoggia i regimi sunniti e i ribelli che si oppongono ad Assad in Siria.

Per questo motivo la proposta egiziana punta a mettere i due principali contendenti regionali uno di fronte all’altro con la mediazione di altre due potenze regionali apparentemente fuori dal conflitto interreligioso che coinvolge sunniti e sciiti, la Turchia e l’Egitto.

Ieri Essam al-Haddad è arrivato a Teheran per discutere di questa proposta con il dittatore iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, e con i vertici del clero sciita. In una dichiarazione Ahmadinejad si è detto disposto a partecipare ai colloqui anche se è stato molto duro con i ribelli siriani e ha detto che una loro eventuale vittoria in Siria porterebbe molta instabilità in Medio Oriente alludendo alla forte infiltrazione di gruppi legati ad Al Qaeda tra i ribelli siriani. Oggi o domani (non è ancora chiaro) Essam al-Haddad sarà invece a Riyad per convincere il Re saudita ad autorizzare la partecipazione dell’Arabia a questi colloqui a quattro che dovrebbero prendere il via la prossima settimana al Cairo.

La proposta egiziana, diplomaticamente parlando, non è tutta da disprezzare perché metterebbe uno di fronte all’altro i due principali protagonisti occulti del conflitto siriano, ma non tiene conto dell’impossibilità di controllare i tantissimi gruppi qaedisti presenti in territorio siriano, gruppi che probabilmente non controlla nemmeno l’Arabia Saudita. E poi sottovaluta il ruolo di Hezbollah sempre più coinvolto nel conflitto in Siria anche se un accordo con l’Iran potrebbe essere comprensivo del consenso del gruppo terrorista libanese vista la forte influenza di Teheran su Hezbollah.

Le armi chimiche

Rimane comunque il nodo delle armi chimiche in possesso del regime siriano. Fonti dell’intelligence israeliana segnalano la possibilità concreta che nei prossimi giorni una buona parte dell’arsenale chimico siriano venga trasferito sotto il controllo di Hezbollah. Se ciò dovesse avvenire, un intervento diretto israeliano sarebbe inevitabile e potrebbe scombinare i piani egiziani. Non è un caso che la scorsa settimana Israele abbia raggiunto un accordo con la Giordania per l’apertura di un corridoio aereo che permetta ai caccia israeliani di sorvolare i cieli giordani e arrivare direttamente sugli obbiettivi in Siria senza un lungo sorvolo dei cieli siriani.

Al Qaeda

Un altro rebus di difficile risposta è la presenza massiccia in Siria di gruppi legati ad Al Qaeda. Non è affatto scontato che l’Arabia Saudita sia in grado di parlare per nome e per conto di questi gruppi per lo più formati da stranieri. Non è chiaro nemmeno quanto sia il controllo della base di Al Qaeda su questi gruppi che il più delle volte sembrano agire in maniera del tutto autonoma anche se come punto di riferimento hanno l’ideologia qaedista.

Una forza di pace turca

La proposta egiziana punterebbe a consentire l’ingresso in Siria di una forza di pace musulmana formata in prevalenza da soldati turchi con una piccola partecipazione di soldati egiziani. La forza di pace dovrebbe garantire un cessate il fuoco permanente e l’avvio di colloqui tra l’esercito di liberazione siriano e il regime di Assad. Ma se da un lato l’esercito di liberazione siriano ha dimostrato una certa disponibilità all’avvio di colloqui con il regime di Assad, dall’altro non si muove di un millimetro dalla richiesta che il dittatore lasci il Paese il che va contro gli interessi iraniani. E anche in questo caso ci sarebbe comunque l’incognita dei gruppi qaedisti che nessuno controlla e che quindi potrebbero comunque agire in maniera del tutto indipendente rispetto alle decisioni dei ribelli “ufficiali”.

Come si vede quindi, sebbene la proposta egiziana non sia del tutto disprezzabile, la situazione sul terreno siriano è talmente complessa che anche mettere uno di fronte all’altro i principali attori occulti del conflitto potrebbe non bastare. E poi, per essere chiari, è molto improbabile che l’Iran, nonostante la sua disponibilità a partecipare a questo tavolo a quattro, sia disposto a rinunciare al controllo sulla Siria perché potrebbe costargli anche il controllo sul Libano e perdere così i due maggiori punti da cui attaccare Israele in caso di conflitto con lo Stato Ebraico.

Sharon Levi

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