Siria: una guerra nella guerra. Estremisti islamici contro ribelli

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In Siria si combatte una guerra nella guerra, quella tra gruppi fondamentalisti islamici e ribelli. Lo rivela uno shoccante rapporto diffuso ieri secondo cui i gruppi fondamentalisti islamici starebbero attaccando piccoli e grandi gruppi di ribelli “laici” per assimilarli o, in alternativa, per impossessarsi delle loro armi.

A raccontare tutto ai giornalisti è stato un uomo che si fa chiamare “Sheikh Omar” (sceicco Omar) comandante di un gruppo ribelle denominato “Ghurabaa al-Sham” composto da circa 2.000 uomini, tutti siriani, che fino a ieri combatteva contro Assad. Fino a ieri perché il gruppo è stato attaccato e smantellato da un altro gruppo salafita composto in prevalenza da stranieri. «Il mio gruppo non è stato sconfitto da Assad e dal suo esercito – dice Sheikh Omar alla Reuters – ma da un altro gruppo di ribelli formato da islamisti intransigenti che un giorno dei primi di maggio ci ha attaccati e rapidamente sconfitti grazie alle armi potenti e all’addestramento militare che noi non abbiamo». E infatti subito dopo Sheikh Omar, che prima della guerra faceva l’elettricista, ammette che questi “ribelli” sono molto ben armati e addestrati militarmente ma non sa da dove provengano e lancia un allarme: «non sappiamo né chi siano né cosa vogliono – dice ancora Omar –  in tre giorni ci hanno liquidati, hanno preso le nostre armi sostenendo che da adesso erano di proprietà del califfato siriano. Ma non sono siriani, provengono da diverse parti del mondo e di certo non combattono per la libertà della Siria».

Questa testimonianza, molto simile a decine di altre raccolte da diversi giornalisti, ci racconta un lato oscuro della guerra in Siria e aumenta i dubbi (già pesanti) sulla composizione della ribellione in Siria. Ogni giorno appare più evidente che ci sono gruppi ribelli salafiti che pur di imporsi non esitano a sparare anche contro i ribelli siriani in una specie di guerra contro tutto ciò che non sia direttamente ricollegabile all’estremismo islamico.

Non solo, evidenzia che buona parte dei ribelli siriani sono uomini che non hanno mai combattuto, persone comuni che hanno preso le armi contro Assad per ragioni nobili, mentre  i gruppi salafiti, ben armati e addestrati, hanno come unico scopo quello di distruggere i rivali religiosi e di imporre un califfato islamico.

La presenza di questi gruppi e la recente fatwa che chiama i sunniti alla Jihad contro gli sciiti in Siria emessa da un religioso del Kuwait (Sheikh Youssef al-Qaradawi) ha trasformato la guerra in Siria da un conflitto per la liberazione da un regime sanguinario a un conflitto settario dove a prevalere non è più la ricerca di libertà ma la volontà di schiacciare i rivali religiosi.

Questo dovrebbe far riflettere anche sul rischio che si corre ad armare la ribellione siriana. Nessuno sa chi sia effettivamente a comandare i ribelli in Siria e il rischio che quelle armi finiscano nelle mani sbagliate è molto più che concreto.

Questo naturalmente non significa che bisogna rimanere immobili di fronte alla carneficina siriana, ma questa volta la “guerra per procura” in stile libico non solo non può funzionare ma può persino peggiorare le cose. Ci pensino bene quindi le potenze occidentali prima di decidere qualsiasi cosa sulla Siria perché in una simile situazione il rischio di passare dalla padella alla brace è davvero molto alto.

Adrian Niscemi

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