La Striscia di Gaza, 360 Km quadrati di terra dove vivono quasi due milioni di persone da anni sotto la terribile dittatura di Hamas e per questo costretti a vivere di privazioni senza alcuna prospettiva per il futuro. Ne abbiamo parlato con alcuni imprenditori arabi che nei giorni scorsi hanno visitato la Striscia di Gaza per valutare possibili investimenti.

D: Come avete trovato la Striscia di Gaza?

R: La situazione è indubbiamente drammatica – ci dice Naseem che viene dagli Emirati Arabi Uniti – e l’incertezza tra la popolazione non aiuta. Abbiamo parlato con diversi imprenditori di Gaza e abbiamo visto molta volontà di normalizzazione. Ancora ci sono 65.000 famiglie senza abitazione dopo la guerra del 2014 e il 58% della popolazione non ha una entrata stabile. In questa situazione è difficile fare piani per il futuro.

D: Ma che fine hanno fatto i miliardi promessi per la ricostruzione della Striscia di Gaza?

R: La questione non è così semplice come può sembrare – interviene Kaamil, anche lui dagli Emirati Arabi Uniti in rappresentanza di una multinazionale – fino ad oggi sono stati erogati poco meno di 700 milioni di dollari su quasi quattro miliardi messi a disposizione per la ricostruzione della Striscia di Gaza.

D: Ma non erano sei i miliardi messi a disposizione dalla comunità internazionale?

R: Bisogna fare distinzione tra denaro promesso e denaro effettivamente messo a disposizione. Ad oggi il denaro realmente messo a disposizione per la ricostruzione della Striscia di Gaza non va oltre ai 3,5 miliardi di dollari di cui buona parte messo a disposizione da Banca Mondiale che però ha congelato le rimesse. Ci sono poi circa 500 milioni di dollari della Unione Europea che però al momento sono in mano alla Autorità Nazionale Palestinese e che non sono stati usati nemmeno per l’acquisto di carburante per la centrale elettrica di Gaza. E’ dovuto intervenire il Qatar per pagare il gasolio.

D: Come mai Banca Mondiale ha congelato il denaro?

R: Perché c’è il timore che quel denaro finisca per alimentare l’acquisto di armi o per finanziare una nuova guerra con Israele e di certo la nomina di Yahya Sanwar al vertice di Hamas non aiuta a dipanare quei dubbi.

D: Come vedono gli imprenditori di Gaza la nomina di Yahya Sanwar?

R: E’ molto difficile che si esprimano. La nostra sensazione, ma parliamo solo di sensazione, è che ne siano rimasti sconvolti e che per il futuro non siano ottimisti. Si aspettavano un’altra mossa da Hamas e invece sono rimasti delusi.

D: Circa due anni fa abbiamo intervistato alcuni imprenditori palestinesi (qui l’intervista) che ci hanno disegnato un quadro drammatico imputando ad Hamas tutte le colpe. Da allora la situazione è cambiata oppure è ancora così brutta?

R: Non so com’era la situazione due anni fa, so che oggi gli imprenditori della Striscia di Gaza hanno serie difficoltà a far uscire i beni da loro prodotti e che devono pagare ad Hamas una quota dei loro guadagni per poter continuare e produrre. E non possono accedere alle nuove tecnologie di produzione a causa dei limiti imposti da Israele. Uno dei punti della nostra missione è anche quello di convincere Israele a fare entrare nella Striscia di Gaza quelle tecnologie necessarie allo sviluppo dell’industria e dell’artigianato. Ho vista negli imprenditori di Gaza una grande volontà di crescere bloccata purtroppo dalle restrizioni sia in uscita che in entrata.

D: Ma è difficile che Israele cambi politica mentre su Israele cadono i missili di Hamas

R: Lo comprendiamo perfettamente ed è questo il problema più grande. La popolazione della Striscia di Gaza e gli imprenditori hanno tanta voglia di normalità mentre sembra che Hamas abbia voglia solo di fare la guerra a Israele. Questo è anche il motivo principale che blocca i fondi destinati alla ricostruzione di Gaza e al suo sviluppo.

D: Nel 2014 abbiamo intervistato un imprenditore di Gaza (qui l’intervista) e ci ha raccontato le sue difficoltà tra le quali la difficoltà di reperire le materie prime e il continuo aumento delle imposte da parte di Hamas, una specie di taglieggiamento. Ci sono ancora gli stessi problemi?

R: Per quello che abbiamo potuto capire quei problemi ci sono ancora. Ma è difficile per loro parlare liberamente dato che per tutto il viaggio siamo stati accompagnati da funzionari di Hamas.

D: Che idea vi siete fatti dopo diversi giorni nella Striscia di Gaza?

R: Che gli abitanti e gli imprenditori di Gaza hanno tantissima voglia di normalità e che sono stanchi del continuo stato di guerra. Hanno tante potenzialità che non possono mettere in pratica a causa del conflitto tra Israele ed Hamas e delle restrizioni che ne conseguono. Oggi oltre il 50% della popolazione della Striscia vive solo grazie agli aiuti internazionali quando invece potrebbe vivere meglio e senza aiuti.

D: Cosa avete deciso dopo la vostra visita nella Striscia di Gaza? Investirete denaro?

R: La nostra è l’ennesima delegazione araba in vista a Gaza e non siamo noi che dobbiamo decidere. Riporteremo solo quello che abbiamo visto così come hanno fatto le delegazioni che ci hanno preceduto. Saranno altri a decidere. Posso dire solo che è difficile investire in un territorio costantemente in guerra.

D: Israele può fare qualcosa?

R: Israele potrebbe fare moltissimo ma temo che fino a quando la Striscia di Gaza sarà controllata da Hamas non farà nulla di più di quello che sta facendo adesso. Ne parleremo anche con il COGAT che ha organizzato la nostra visita ma i limiti che impone la presenza di Hamas sono purtroppo invalicabili.

D: E l’Autorità Nazionale Palestinese? Non può fare nulla la ANP per aiutare gli abitanti della Striscia di Gaza e magari mediare con Hamas?

R: Qual’è la domanda di riserva?

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Striscia di Gaza: tra voglia di guerra e desiderio di normalità

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