Svezia: fine del sogno multiculturale e monito per l’Europa

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I fatti che stanno accadendo in Svezia dove una serie di rivolte scatenate dagli immigrati ha messo in seria difficoltà il Paese più liberale e aperto, stanno dimostrando in maniera implacabile che il modello del multiculturalismo in Europa non funziona.

La Svezia fino a ieri era considerato il Paese europeo con il miglior sistema di welfare, il Paese più aperto e tollerante con l’immigrazione, spesso preso ad esempio da chi in Europa sosteneva la necessità di allentare i controlli alle frontiere. Addirittura c’era chi parlava della Svezia come un esempio di sistema di integrazione. I fatti accaduti nei giorni scorsi (e tutt’ora in corso) dimostrano invece che tutte quelle considerazioni non solo erano sbagliate ma nascondevano un vero e proprio fallimento del modello multiculturale, un fallimento che covava sotto le ceneri del buonismo assoluto.

E così la Svezia si scopre improvvisamente vittima della sua stessa tolleranza, del suo tanto sventolato buonismo, del suo sistema di accoglienza troppo aperto. Si scopre che i tanti immigrati non solo non si sono affatto integrati ma che forti del buonismo e del pietismo svedese pretendono dallo Stato quello che lo stesso Stato non è in grado di dargli. La generosa politica svedese verso gli immigrati che prevede assegni di mantenimento anche per lunghi periodi non funziona, specie con chi non si vuole integrare e non cerca un lavoro forte di questo sostegno. Non solo, alla lunga pesa proprio sul walfare incidendo negativamente sui servizi ai cittadini.

Zvi Mazel, analista israeliano del Jerusalem Center for Public Affairs, fa una analisi impietosa della situazione svedese e individua nella smodata ricerca del concetto di multiculturalismo la ragione di questo fallimento. Secondo Mazel le aperture svedesi in particolare verso i milioni di islamici hanno dimostrato non solo che moltissime di queste persone non hanno alcuna intenzione di integrarsi ma che preferiscono non cercare alcun lavoro rinchiudendosi nei quartieri di periferia e vivendo con i contributi dello Stato in una cerchia dove a farla da padrone sono le organizzazioni islamiche. Secondo una analisi del Jerusalem Center for Public Affairs questi immigrati sarebbero circa 700/800 mila e quando il Governo svedese ha capito che non c’era alcuna possibilità di una loro integrazione e ha chiuso (tardivamente) i cordoni della borsa, scatenando le rivolte che vediamo (quella appena passata è stata l’ottava notte consecutiva di scontri e vandalismi gratuiti). Secondo dati ufficiali solo il 15% degli immigrati in Svezia che hanno partecipato al programma statale di integrazione (un progetto incentrato sulla fornitura di istruzione e sulla formazione lavorativa) ha trovato un lavoro stabile e in qualche modo cerca di integrarsi. Tutti gli altri se ne fregano bellamente.

E’ allora c’è da chiedersi seriamente come sia possibile cercare di esportare agli altri Paesi europei il “modello Svezia” quando è più che palese che quello stello modello è fallito. E’ quello che vorrebbero fare le sinistre europee sostenendo una “battaglia di civiltà” realisticamente impossibile e che di civile ha ben poco, perché non si può integrare chi non lo vuole o che addirittura ambisce a cambiare il nostro modo di vivere a favore del suo.

La Svezia è l’esempio eclatante del fallimento del modello multiculturale che in tanti vorrebbero vedere applicato in Europa. Che sia da monito ai buonisti a tutti i costi, specialmente a quelli di casa nostra.

Carlotta Visentin

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