Tamarrod d’Egitto: ecco la vera primavera araba

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Quello che sta avvenendo in Egitto non è solo una oceanica manifestazione di contestazione al regime di Mohamed Morsi, è soprattutto un messaggio chiaro alla prepotenza fondamentalista dei Fratelli Musulmani e all’Islam integralista che si appropriato delle Primavere arabe trasformando una legittima richiesta di democrazia e di libertà in un terribile inverno islamico.

Milioni di persone che avevano sperato in un cambiamento democratico dopo la caduta di Mubarak e che avevano creduto alle bufale della Fratellanza Musulmana, a un anno di distanza dalle elezioni che avevano eletto Mohamed Morsi stanno lanciando un messaggio chiarissimo diretto proprio alla Fratellanza Musulmana rappresentata da Morsi e quel messaggio dice: «non siamo disposti ad accettare il regime islamico che la Fratellanza Musulmana ci vuole imporre».

In un anno di regime dei Fratelli Musulmani (Morsi è solo una marionetta) l’Egitto è profondato in una crisi economica impressionante. Il turismo, una delle principali fonti di reddito dell’Egitto, è letteralmente crollato, quasi sparito, a causa dei timori dei turisti occidentali nel visitare un Paese dove le donne non possono girare liberamente e dove il turista occidentale non viene più visto come una risorsa ma come un “infedele”. I maggiori siti archeologici sono praticamente chiusi e le guide turistiche sono senza lavoro. L’agricoltura, altra grande risorsa egiziana, è devastata. La fertilissima Valle del Nilo, da secoli un vero e proprio bacino agricolo di livello mondiale, è stata abbandonata a se stessa e milioni di persone che vivevano di agricoltura oggi sono alla fame. Gli investimenti promessi dall’Emiro del Qatar e da altri regimi arabi del Golfo non sono mai arrivati così come gli aiuti internazionali promessi da World Bank e dagli Stati Uniti a causa della situazione interna poco chiara e soprattutto poco democratica. Il braccio di ferro tra Morsi (leggi Fratellanza Musulmana) e la magistratura (qui una breve ricostruzione) ha letteralmente bloccato il Paese e spaventato gli investitori internazionali. La ferma volontà di Morsi di introdurre la Sharia e di limitare il potere della magistratura a favore dell’estremismo islamico non è piaciuto ai mercati.

Questi e altri fattori sono alla base della protesta popolare in Egitto. A essere sotto accusa non è quindi Mohamed Morsi come persona, per quanto discutibile, ma è l’intero movimento dei Fratelli Musulmani e dei salfiti che con incredibile cinismo si sono appropriati dell’originale spirito di Piazza Tahrir sfruttando la mancanza di organizzazione dei manifestanti democratici a cui faceva da contraltare l’incredibile organizzazione capillare messa in piedi, nonostante Mubarak, dalla Fratellanza Musulmana.

Ma un anno di regime ha portato alla luce tutte le contraddizioni di un movimento estremista islamico che ancora qualcuno in occidente si ostina a definire “moderato”. L’Egitto è passato da un regime laico a un regime islamico peggiore del primo perché, come sempre avviene, ha messo il fattore religioso al di sopra di qualsiasi altra priorità del Paese. Nulla di strano, è tipico dei regimi islamici, ma non era quello che volevano gli egiziani.

Ecco il perché di una manifestazione di dissenso di portata così enorme in Egitto. Non è la persona di Morsi in se, ma è quello che rappresenta che la gente contesta. E adesso anche in altri Paesi dove la Fratellanza Musulmana si è appropriata delle rivolte democratiche si guarda ai Tamarrod egiziani come esempio. Un movimento simile sta nascendo in Tunisia e qualcosa di molto vicino alle manifestazioni anti-islamiche in Egitto si sta vedendo in Turchia. Non c’è, come sostengono i vari rais come Morsi ed Erdogan, alcuna regia esterna dietro ai sommovimenti popolari, c’è solo una legittima richiesta di democrazia e di laicità.

Forse la vera primavera araba sta scoppiando adesso, dopo che quella originale era stata trasformata in un rigido inverno islamico da personaggi senza scrupoli che come sciacalli hanno approfittato del sangue di tanti giovani arabi morti nella ricerca di quella democrazia e di quella laicità così distanti dai regimi islamici instaurati proprio grazie al loro sacrificio.

Noemi Cabitza

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