Trump e Putin: cosa vuol dire questa “amicizia” per Israele?

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Francamente è stucchevole il dibattito aperto sui social media tra gli oppositori di Trump e i suoi sostenitori. In Italia si tende sempre a ideologizzare politicamente tutto, comprese le elezioni in altri Paesi. Così si guarda al dito e non alla luna, cioè si guarda alla supposta appartenenza politica di Trump e non alle ragioni che lo hanno portato alla Casa Bianca, che non hanno nulla di politico, anzi, al contrario sono tutto fuorché legate alle ideologie politiche visto che il voto a suo favore sembra più un attacco alla politica che altro (i “democratici” italiani lo chiamano “voto populista”). Donald Trump è stato eletto perché è andato contro il sistema e non per la sua appartenenza politica.

Piuttosto ci dovremmo fermare ad analizzare le sue primissime mosse a livello di politica internazionale per cercare di capire dove il Presidente eletto porterà gli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda il teatro più caldo e complesso, quello del Medio Oriente. Certo, forse è troppo presto per fare una analisi affidabile ma qualche segnale arriva e non sono segnali da nulla.

Putin come partner e non come nemico

Partiamo dal risvolto forse più importante, quello dei rapporti con la Russia di Putin. Dalle prime dichiarazioni di Trump si evince un radicale cambio di rotta rispetto a quelle che erano le politiche di Obama verso la Russia. Trump ha detto chiaramente che intende considerare Putin come un partner e non come un nemico. Non solo, ha detto anche di non voler combattere Assad ma solo l’ISIS e quei ribelli con una identificazione “poco chiara”, parole che al Cremlino avranno ascoltato come musica soave. Se così fosse questa decisione avrebbe importanti ricadute in tutto il mondo e in particolare proprio in Medio Oriente dove Putin è schierato apertamente con il dittatore siriano Bashar Al-Assad e con l’Iran. Non è un buon segnale né per Israele né per gli Stati Arabi perché collaborare con Putin significa sostanzialmente collaborare con gli sciiti iraniani. E’ vero che in parte vuol dire anche combattere contro tutte quelle sigle di “ribelli” poco chiare e legate a vario titolo con l’estremismo islamico, gruppi che invece sono sostenuti da Obama e dai Paesi del Golfo, ma l’accostamento all’Iran fa passare i brividi lungo la schiena.

E qui entriamo in un altro campo, quello dei rapporti con Israele. Durante le elezioni Trump ha detto e promesso molte cose importanti tra le quali in particolare di voler stracciare l’accordo sul nucleare iraniano e di voler trasferire l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, un gesto altamente simbolico per gli israeliani. Però già da ieri un importante collaboratore di Trump ha ridimensionato non poco quelle promesse e comunque, guardando al lato pratico, sono promesse difficilmente realizzabili anche se hanno acceso una forte eccitazione tra i sostenitori di Israele, una eccitazione che temo sarà ben presto destinata a scontrarsi con la dura realtà del Diritto Internazionale. In particolare mi riferisco alla possibilità di stracciare l’accordo sul nucleare iraniano che al lato pratico è una decisione impossibile da prendere visto che non si tratta di un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran ma di un trattato internazionale passato al vaglio e approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Trump non lo può semplicemente stracciare anche se potrebbe decidere misure unilaterali verso l’Iran, cosa che però difficilmente farà se, come ha detto, vuole avere buoni rapporti con Putin. Il discorso è leggermente diverso per quanto riguarda il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, in quel caso se vuole lo può fare con una azione unilaterale ma non si andrebbe oltre la semplice simbologia. Al lato pratico per il resto del mondo e per il Diritto Internazionale la capitale di Israele rimarrebbe purtroppo Tel Aviv. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, possiamo anche interpretarlo come vogliamo, ma questa è la realtà dei fatti pura e semplice.

La questione palestinese

Il discorso invece cambia notevolmente per quanto riguarda l’annosa questione palestinese. Trump ha detto con chiarezza che non considera gli insediamenti un ostacolo alla pace, il che significa staccarsi completamente dalla linea politica tenuta sin qui da Obama e dall’Europa. Ammesso e non concesso che non cambi idea a causa della sua “collaborazione” con Putin, sarebbe una svolta epocale destinata a cambiare completamente l’approccio alla questione palestinese togliendo ai sostenitori di quella causa una importante scusa per bloccare qualsiasi trattativa di pace. A questo c’è da aggiungere il notevole sostegno economico fornito dagli Stati Uniti alla Autorità nazionale Palestinese che potrebbe venir meno nel caso Trump decidesse di perseguire la linea dura nei confronti dei palestinesi per costringerli a sedersi al tavolo delle trattative con Israele. Ma anche in questo caso c’è un risvolto della medaglia non da poco di cui tenere conto. Infatti se oggi i Paesi arabi si sono notevolmente distaccati dalla cosiddetta “causa palestinese” proprio grazie al comune pericolo sciita-iraniano condiviso con Israele, un avvicinamento degli Stati Uniti all’Iran (per tramite di Putin) potrebbe riportare i Paesi arabi a posizioni più rigide verso Israele e farli tornare a sostenere il terrorismo palestinese. Paradossalmente per Israele potrebbe essere peggio questa ipotesi piuttosto che avere un vantaggio concreto nella questione palestinese. Di certo a Gerusalemme sono più preoccupati della presenza iraniana in Siria, che a questo punto Trump approverebbe, piuttosto che del “pericolo palestinese”.

Concludendo e mettendo in chiaro che comunque è troppo presto per esprimere qualsiasi giudizio sulla politica di Trump in Medio Oriente, un’area non certo facile da decifrare, ho la netta sensazione che tutte quelle esaltazioni euforiche verso Donald Trump viste in questi giorni nelle bacheche di tanti amici filo-israeliani sino un po’ troppo premature e comunque decisamente euforiche. Tutti speriamo che Trump tenga fede alle sue promesse elettorali, ma speranza e pragmatismo sono due cose diverse perché in mezzo c’è la dura realtà dei fatti dalla quale purtroppo non si può prescindere. Di certo Trump eredita una situazione che definire drammatica è puro eufemismo, ma credere (o sperare) che arrivato lui risolva tutto con un tocco di bacchetta magica non ha alcun senso, specie se per farlo si affida a una collaborazione con Putin che, al contrario di quanto pensano in tanti, è tutto fuorché amico di Israele.

Scritto da Franco Londei

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