Trump in Israele: promosso ma con riserva

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Sul fatto che il Presidente Trump sia un grande amico di Israele credo nessuno possa obiettare. Le sue dichiarazioni e i suoi atteggiamenti prima e durante la visita in Israele non lasciano adito a dubbi. I media israeliani e di tutto il mondo ci hanno raccontato una visita simbolicamente molto forte. Ma ora il problema è uscire dal mero simbolismo ed entrare nella dura realtà mediorientale.

Di sicuro il Presidente Trump ha impresso una svolta ideologica rispetto a quella che è stata la presidenza Obama. L’amicizia con Israele non viene messa in discussione o condizionata ad altri fattori. L’individuazione nell’Iran del nemico più pericoloso per lo Stato Ebraico è stata puntuale e senza possibilità di fraintendimenti e questo rispetto all’era Obama è senza dubbio un enorme passo avanti. La richiesta ai palestinesi di mettere fine al finanziamento del terrorismo come condizione per riprendere i colloqui di pace è stata altrettanto chiara, anche se quella richiesta andava forse indirizzata pure ai donatori dei palestinesi, Europa compresa. Insomma, a parole e a simbolismi (la visita al Kotel e tutto il resto) il viaggio di Trump in Israele è stata perfetto e ha scatenato tra i suoi sostenitori ampi consensi. Ma i fatti? Dove sono i fatti?

Fatto salvo che non ci è possibile sapere il contenuto dei colloqui diretti che potrebbero contenere quei fatti che chiediamo a gran voce, non ci rimane che analizzare il viaggio di Trump in Israele dalle cose visibili.

Prima di tutto è completamente sparita dai radar l’ipotesi di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il Presidente Trump lo aveva promesso in campagna elettorale e lo aveva ribadito appena eletto. In tanti erano convinti che lo avrebbe annunciato durante la sua visita in Israele, ma sono rimasti delusi. Intendiamoci, noi non ci credevamo, non perché Trump non avesse realmente intenzione di farlo quanto piuttosto perché in Medio Oriente tra il dire e il fare c’è sempre un abisso di pragmatismo e di intrecci politici, strategici e ideologici per cui molte cose non possono essere fatte. Molto probabilmente Trump è stato convinto a privilegiare una possibile alleanza con gli arabi in configurazione anti-iraniana piuttosto che un atto altamente simbolico che avrebbe potuto alzare un muro con gli stessi arabi. Personalmente penso che abbia fatto la scelta giusta perché credo che per Israele sia molto più importante affrontare in maniera adeguata l’Iran piuttosto che ottenere una vittoria simbolica su Gerusalemme. Resta il fatto che dopo la controversa e ridicola risoluzione dell’UNESCO su Gerusalemme sarebbe stato un segnale niente male da inviare al mondo degli odiatori e dei revisionisti storici.

Trump in Israele non ha parlato nemmeno dell’altrettanto controverso problema degli insediamenti israeliani in West Bank. A dire il vero ci appare improbabile che non lo abbia fatto almeno in privato con Netanyahu visto che è uno dei principali argomenti usato dai palestinesi per non sedersi al tavolo delle trattative, tuttavia pubblicamente è stato il silenzio a prevalere. Anche in questo caso si sarebbe potuto mandare un segnale forte ai palestinesi, ma si è scelto di soprassedere probabilmente anche a causa delle fortissime pressioni arabe sia su questo argomento che su Gerusalemme.

Tutto come prima quindi? Beh no, direi proprio di no. Prima di tutto Trump in Israele ha ristabilito il giusto rapporto di forze tra lo Stato Ebraico e il mondo arabo e questo forse è uno degli aspetti più positivi e importanti anche se sottovalutato dai più. Non pone condizioni a Israele ma le pone agli arabi come sarebbe giusto che sia in un rapporto di forze che da quasi 70 anni vede Israele prevalere a tutti i livelli sul mondo arabo. Spesso ci si dimentica di questo importantissimo fatto ma in qualsiasi trattativa si parte sempre dalla posizione del più forte non da quella del più debole che ha perso ogni conflitto. Trump, a differenza di Obama, sembra tenere in forte considerazione questo aspetto. In secondo luogo per la prima volta si è sentito un Presidente americano parlare in maniera chiara e senza possibilità di essere fraintesi di Hamas come un gruppo terrorista (lo ha fatto anche di fronte agli arabi nel viaggio in Arabia Saudita) e dire ad Abu Mazen che la pace non si raggiunge finanziando i terroristi. Sembrerebbe una cosa scontata ma non lo è. Già solo questi due aspetti della visita di Trump in Israele basterebbero a farcene parlare in maniera positiva. Ma c’è altro che secondo noi alimenta la speranza che finalmente si sia a una svolta, cioè il pragmatismo (molto simile a quello di Netanyahu) dimostrato nell’individuare le priorità per la sicurezza di Israele, priorità che non sono certo i palestinesi o spostare l’ambasciata a Gerusalemme, ma il pericolo che arriva dall’Iran e da Hezbollah. Su questo crediamo che il passo avanti sia stato davvero notevole.

Ora però ci aspettiamo fatti concreti, ci aspettiamo cioè che quanto visto e sentito in questi giorni si trasformi in realtà. Non neghiamo di avere forti riserve sulla effettiva capacità di Donald Trump di trasformare le parole in fatti. Ben inteso, non dubitiamo delle sue buone intenzioni, dubitiamo delle sue capacità. Il mancato annuncio del trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e la mancata forte presa di posizione sugli insediamenti in West Bank sono solo due aspetti di ciò che alimenta i nostri dubbi, vogliamo vedere anche come porterà avanti la nuova politica in Medio Oriente che si configura chiaramente in rottura con quella della precedente amministrazione Obama. Per esempio non condividiamo l’imponente fornitura di armi ai sauditi. Non vorremmo ritrovare quelle armi in mano dei peggiori terroristi islamici (e il rischio che ciò accada è molto forte). Non sappiamo (o non abbiamo capito) l’atteggiamento americano nei confronti della Turchia, anche se non se ne parla pur essendo quello dei rapporti con Erdogan uno degli aspetti più importanti in Medio Oriente. Non è chiaro nemmeno cosa Trump intenda fare in Siria anche se ha già detto che appoggerà i curdi. Ma anche in quel caso c’è di mezzo la Turchia con la quale dover fare i conti. Insomma, ci sono diversi punti che ancora vanno chiariti prima di promuovere a pieni voti il Presidente Trump. Per adesso i punti a suo favore sono più di quelli a sfavore ma da qui ad una promozione a pieni voti ce ne passa, soprattutto mancano ancora i fatti concreti. Aspettiamo fiduciosi.

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