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Un po’ di verità sullo sciopero della fame dei detenuti palestinesi in Israele

Ieri la stampa internazionale ha dato molto risalto allo sciopero della fame dei detenuti palestinesi in Israele. Era immancabile, ogni volta che c’è da parlare di palestinesi e che, soprattutto, c’è da parlar male di Israele scorrono fiumi di inchiostro. In realtà la stampa internazionale tanto schierata contro il terrorismo islamico non fa altro che fare propaganda proprio a quel terrorismo islamico che in teoria dovrebbe combattere.

Partiamo da chi ha organizzato lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi. L’organizzatore di questa “iniziativa” si chiama Marwan Barghouti, condannato a cinque ergastoli per l’omicidio di cittadini israeliani. Al di la della narrazione che fanno alcuni sulla figura di Barghouti, dipinto quasi alla stregua di un “Mandela Palestinese”, non siamo di fronte a una figura nemmeno minimamente accostabile a qualsiasi prigioniero politico, qui siamo di fronte a un terrorista islamico palestinese crudele e spietato, uno che ha ammazzato gente, condannato a cinque ergastoli in quanto ritenuto colpevole di 21 capi d’imputazione per omicidio avvenuti nel corso di 33 attentati. Nemico giurato di Abu Mazen, Barghouti è un uomo scaltro e molto intelligente tanto da riuscire a fare politica addirittura dal carcere dove è così “oppresso” che oltre ad aver potuto studiare, può rilasciare interviste ai giornali, inviare articoli alle testate di tutto il mondo nei quali fa propaganda terrorista e denigra Israele. Anche in questa iniziativa c’è tutto l’odio che nutre sia per Israele che per Abu Mazen, forse più per quest’ultimo che per lo Stato Ebraico visto che, secondo molti analisti palestinesi, il vero obiettivo di questo sciopero della fame dei detenuti palestinesi è proprio Abu Mazen.

Secondo un anonimo funzionario della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sentito da RR, lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi «è un atto politico attentamente pianificato da Marwan Barghouti allo scopo di dimostrare la sua levatura politica e volto a dimostrare ai vertici di Al Fatah la sua maestria e la sua potenza politica». Israele non c’entra nulla e tanto meno c’entrano le condizioni dei detenuti palestinesi in carcere per terrorismo in Israele, condizioni tutt’altro che inumane come dimostra lo stesso Barghouti, il quale è così “oppresso” da riuscire tranquillamente a scrivere uno scandaloso editoriale per il New York Times al quale non è parso il vero di pubblicarlo. Lo scopo del terrorista palestinese condannato a cinque ergastoli è solo quello di ottenere visibilità ben sapendo quanto piace alla stampa internazionale poter parlare di palestinesi e magari poter attaccare Israele. Nell’editoriale del New York Times c’è racchiusa tutta la propaganda palestinese (dal cosiddetto apartheid alle cosiddette detenzioni illegali), uno spottone pubblicitario a un terrorista islamico palestinese che ne esce come una sorta di martire invece che come un assassino spietato qual’è in realtà.

Se invece vogliamo parlare della condizione dei detenuti palestinesi in Israele la fonte più imparziale è senza dubbio la Croce Rossa internazionale la quale ha regolare accesso alle prigioni e ai prigionieri. I dati della CRI sono precisi e dicono che le ispezioni sono circa 400 ogni anno e che nella maggioranza dei casi non sono state riscontrate irregolarità o maltrattamenti. Quasi tutti i detenuti palestinesi (salvo quelli più pericolosi in regime di massima sicurezza) possono vedere regolarmente le proprie famiglie. Raad Al-Husban, uno dei più importanti delegati dalla Croce Rossa Internazionale a visitare le carceri israeliane, si è detto «profondamente preoccupato» dello sciopero della fame indetto da Marwan Barghouti, e pur rispettando la decisione dei detenuti palestinesi non ne capisce il senso.

Ieri il giornale italiano La Repubblica ha pubblicato un articolo che sembra scritto per fare propaganda politica a Marwan Barghouti e per attaccare in maniera del tutto spregiudicata Israele. Si fanno affermazioni scontate e senza alcuna verifica specialmente sui detenuti palestinesi in regime che loro definiscono “extragiudiziale” e sui minori accusati di atti di terrorismo (Repubblica prende i dati dal sito della associazione palestinese ADDAMEER senza nemmeno citarla o verificarli). Eppure basterebbe una visita al carcere minorile di Megiddo per vedere che non ci sono abusi, tutt’altro visto che almeno li possono studiare e nutrirsi oltre al fatto che la ANP paga uno stipendio alle loro famiglie (motivo per cui spesso i minori vengono convinti a fare atti di terrorismo). La Croce Rossa Internazionale è costantemente presente nel carcere minorile di Megiddo e non ha mai segnalato irregolarità o abusi.

Insomma, alla fine di cosa stiamo parlando quando andiamo ad approfondire i motivi dello sciopero della fame dei detenuti palestinesi indetto da Marwan Barghouti? Parliamo di abusi? No, a certificarlo è la Croce Rossa Internazionale. Parliamo di ingiuste detenzioni? No, si parla di terroristi islamici palestinesi condannati o detenuti in attesa di giudizio che hanno compiuto o studiato atti di terrorismo. E quindi? Quindi siamo di fronte al tentativo di Marwan Barghouti di (ri)accreditarsi come leader di Fatah e magari, in questa veste, di portare Israele a rivedere la sua detenzione. Per farlo abusa un migliaio di prigionieri palestinesi (in moltissimi si sono rifiutati di aderire avendo capito il vero obiettivo di Barghouti) che di certo non possono lamentarsi delle condizioni di detenzione. Ma questo per la stampa internazionale è troppo difficile da capire, o forse lo capiscono ma rende di più attaccare Israele a prescindere.

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