Viaggio nelle Alture del Golan, a 50 metri dai terroristi

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E’ impossibile non notare il fermento, impossibile non notare la tensione tra i militari israeliani e tra i contadini della Galilea e del Golan. «Prima o poi cercheranno di colpirci» ci dice Amos Haber, un contadino che guarda i suoi campi mentre a pochi metri, oltre il confine siriano, si notano i miliziani di Al-Nusra che si muovono circospetti ma con una certa calma.

Siamo veramente a pochi metri dai combattimenti tra Al-Nusra e l’esercito siriano. Proprio qui l’altro giorno è piovuto un colpo di mortaio che solo per miracolo non ha colpito nessuno. «Non possiamo andare a lavorare nei campi» ci dice Ahuva, una giovane donna che da due anni vive nel Golan con il marito, «se guardi bene li puoi vedere anche a occhio nudo. Abbiamo paura che ci sparino. Loro ci odiano. Almeno quando c’erano i soldati siriani eravamo più tranquilli». E’ questo uno dei paradossi più evidenti, la gente si sentiva più sicura con l’esercito siriano a controllare il confine, nonostante ancora Israele sia formalmente in guerra con la Siria. E c’è pure chi è venuto via dalla Galilea perché nel Golan si sentiva più al sicuro, credeva che qui sarebbe stato meno pericoloso che l’essere sotto il mirino degli Hezbollah.

I militari non ci fanno avvicinare alle loro postazioni, ma le vedi da qualsiasi parti tu volga lo sguardo. Sono sempre con gli occhi incollati ai cannocchiali. Un ufficiale ci dice che le riprese non sono permesse e quasi quasi ci vorrebbe sequestrare anche gli smartphone, poi ci ripensa e un po’ si scioglie. «Sono giorni che stanno combattendo in maniera feroce» ci dice indicandoci la parte siriana oltre Quneitra da dove si vedono alzarsi pennacchi di fumo. Nessuno parla della disposizione dei reparti israeliani, nessuno ammette che il dispositivo è stato fortemente rafforzato. Poco lontano da noi possiamo vedere una batteria di Tammuz, bene in vista come a mostrare che Israele risponderà a qualsiasi provocazione. Ma ci dicono che ce ne sono molte altre ben occultate.

Tra la gente che vive nel Golan la paura è palpabile. Temono che prima o poi un gruppo di terroristi possa superare il confine e uccidere o rapire qualcuno di loro. «Laggiù ci sono quelli di Al-Nusra, di la ci sono quelli di Hezbollah» ci dice Gadit, una giovanissima ragazza con un pancione da otto mesi, «uno vale l’altro. Ogni volta che mio marito esce per andare a lavorare mi batte il cuore. Loro ci odiano e sono solo a pochi metri da noi».

Non è facile girare da queste parti. I militari impediscono l’ingresso a parecchie zone e sono poco propensi a rispondere alle domande. Si percepisce benissimo la tensione e poi hanno avuto ordini molto chiari, tenere lontano i curiosi e i giornalisti. A tutti gli effetti questa è una zona di guerra. Incontriamo Peter, un operatore freelance che lavora anche per la Routers e per altre agenzie. Gli chiediamo se è riuscito a riprendere nulla. Pochissimo, ci risponde lui, solo immagini da lontano con potentissimi zoom. Stranamente qui la presenza della stampa è quasi impercettibile, sono pochissimi i giornalisti e quasi tutti freelance. Qui non ci sono palestinesi e quindi la cosa interessa poco i grandi media. Il fatto che Israele sia seriamente minacciato a pochi metri dal suo confine non fa notizia. Eppure la situazione sembra peggiore di come fosse intorno a Gaza pochi giorni prima della guerra. Una situazione davvero brutta e drammatica della quale però nessuno parla.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Miriam Bolaffi

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