A chi giova veramente la strategia di Trump verso l’Iran?

C’è questa strana convinzione che la strategia di Trump verso l’Iran porti benefici a Israele. Ne siamo proprio convinti?

Trump è poco incline a buttarsi in una guerra. Se infatti c’è una cosa che emerge dal recente “scontro sfiorato” tra Stati Uniti e Iran nel Golfo Persico è che in tema bellico Donald Trump non si differenzia molto dal suo predecessore, Barack Obama, che pure aveva criticato ferocemente.

Secondo voci ricorrenti negli ambienti di Washington, a far desistere il Presidente Trump da un attacco di ritorsione contro gli iraniani sarebbe stata una telefonata tra lo stesso Trump e Tucker Carlson, un noto commentatore politico di Fox News.

Tucker Carrlson avrebbe detto a Trump che nel caso avesse portato a termine un attacco di ritorsione contro l’Iran, con molta probabilità si darebbe giocato tutte le possibilità di essere rieletto perché quella ritorsione avrebbe innescato una serie di reazioni a catena che avrebbero interessato tutto il Medio Oriente.

E sicuramente Tucker Carlson, considerato un vero falco, aveva ragione. Le conseguenze di un attacco di ritorsione contro obiettivi iraniani, seppur ben circoscritti, sarebbe stato devastante.

D’altro canto neppure gli iraniani erano interessati ad alzare troppo l’asticella dello scontro se è vero, come sembra, che in coppia con il drone abbattuto, un RQ-4A Global Hawk, volava anche un aereo spia Poseidon P-8 anti-sommergibile con almeno nove persone a bordo. Se ad essere abbattuto fosse stato il Poseidon il discorso sarebbe stato completamente diverso. Ma a quanto sembra i Padaran iraniani si sono ben guardati dal farlo consapevoli che uccidere nove (e forse più) militari americani avrebbe costretto il presidente Trump a reagire.

Quindi alla fine sono tutti contenti, gli iraniani che hanno riaffermato di non aver paura di sfidare (ma con prudenza) il “Grande Satana”, è contento Trump che come il suo predecessore non ama infilarsi in guerre di cui non si possono conoscere le conseguenze, è contenta la sinistra americana decisamente contraria a un conflitto aperto con Teheran. E’ contento pure Netanyahu, anche lui meno falco di quello che sembra, che già immaginava decine di missili piovere su Israele da nord e da sud.

Gli unici a essere scontenti sono i falchi della guerra (in America e in Israele) e gli arabi che già pregustavano un conflitto di vaste proporzioni, un aumento del prezzo del greggio e chissà cos’altro.

Rimasti male pure quei “giornalisti” (anche italiani) che fino a un minuto prima che Trump ordinasse di fermare i raid contro l’Iran suonavano convintamente i tamburi di guerra, salvo poi fare pateticamente marcia indietro pur di non contraddire lo “statista” Trump per non aver scatenato l’inferno in Medio Oriente.

Preferita ancora una volta la politica delle sanzioni

Da ieri sono scattate nuove sanzioni americane contro l’Iran, sanzioni che andranno a pesare (si dice) direttamente sulla Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, nonché sul Ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, anche se in tutta onestà fatico a comprendere in che modo (ma sicuramente è un limite tutto mio)

Di sicuro incideranno ancora sulla popolazione iraniana ormai ridotta quasi allo stremo, con una inflazione al 37% (in aumento) e con un cambio Rial/dollaro a quota 130.000 (ci vogliono 130.000 Rial per comprare un dollaro quando fino a pochi mesi fa ce ne volevano “appena” 32.000). Praticamente da fuori dell’Iran non arriva più nulla e sono pochissimi quelli che si possono permettere il lusso di accedere al mercato nero.

L’intenzione è quella di indebolire il regime iraniano fino a portarlo al collasso. Tuttavia non è una strategia a breve termine e non è detto nemmeno che funzioni perché affinché abbia successo dovrebbero parteciparci anche Russia e Cina, cosa di cui dubito fortemente.

Nel frattempo in Medio Oriente

Nel frattempo gli iraniani continuano nella loro politica destabilizzante in Medio Oriente, a finanziare ed armare i gruppi terroristi (nonostante le sanzioni) e sono ben lungi dall’abbandonare le posizioni conquistate in Libano, Siria, nella Striscia di Gaza e persino in Giudea e Samaria.

Questo è il vero problema, non tanto per Trump che come abbiamo visto è poco incline a infilarsi in qualsiasi conflitto, quanto piuttosto per Israele e quindi per Netanyahu.

Purtroppo Israele non può permettersi il lusso di aspettare che la strategia di Trump abbia successo perché nel frattempo Teheran mira a consolidare la propria posizione e le sanzioni non sembrano rallentare questa marcia.

Non voglio dire che gli americani se ne infischiano perché non sarebbe né corretto né giusto affermalo, ma è un dato di fatto che Israele sta facendo quasi tutto da solo nel tentativo di fermare l’arroccamento iraniano in Siria e anche nei territori palestinesi.

Anzi, paradossalmente in questa sua “missione” trova una sponda migliore in Mosca piuttosto che in Washington. E questo è abbastanza strano perché l’alleato di riferimento dovrebbero essere gli USA e non la Russia.

E allora da domanda da farsi è: a chi giova veramente la strategia di Trump nei confronti dell’Iran? Chi beneficia veramente della politica delle sanzioni fine a se stessa? Forse uno sguardo agli interessi degli Stati del Golfo potrebbe rispondere a questa domanda.