Ci aspetta un futuro oscuro se non fermiamo subito Erdogan

Un importante analista greco ci aiuta a capire bene la pericolosità del nuovo califfo islamico che in pochi mesi ha sostituito Abu Bakr al-Baghdadi nel cuore dei nostalgici del Califfato

L’escalation voluta dalla Turchia di Erdogan nel Mediterraneo orientale è solo l’antipasto di quello che ci aspetta se non fermiamo subito il califfo turco.

Delle conseguenze, davvero nefaste, di quello che potrebbe accadere nel Mediterraneo (e non solo) se lasceremo che Erdogan prosegua con la sua politica islamo-nazionalista ne ha parlato il prof. George Pagoulatos e il quadro che ne esce non è davvero confortante.

Secondo quanto scrive Pagoulatos in un importante editoriale “il graduale ritiro degli Stati Uniti probabilmente continuerà anche sotto un’amministrazione guidata da Joe Biden, anche se in modo molto più ordinato rispetto a Donald Trump. Una maggioranza interna statunitense si oppone agli interventi in Medio Oriente e la crescente autosufficienza energetica degli Stati Uniti riduce al minimo la dipendenza dal petrolio della regione. Frenare l’influenza della Cina (e della Russia, sotto Biden) e del terrorismo islamista rimarranno la priorità strategica degli Stati Uniti nella regione. Per questo motivo, gli Stati Uniti cercheranno di mantenere la Turchia nel campo occidentale, mostrando tolleranza per le sue trasgressioni”.

Quindi, se qualcuno dovesse pensare che con Biden alla Casa Bianca le cose potrebbero cambiare, probabilmente si sbaglia.

Sempre George Pagoulatos scrive: “è più probabile che la situazione nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente peggiori che non migliori. Decine di milioni di giovani poveri e disoccupati alimenteranno l’espansione dei Fratelli Musulmani, di cui Recep Tayyip Erdogan si posiziona come patrono”.

Questo è un passaggio molto importante dell’editoriale dell’illustre professore e profondo conoscitore della situazione turca e mediorientale. I Fratelli Musulmani hanno creato una formidabile macchina assistenziale che con il peggioramento della crisi non farà altro che attirare a se migliaia di disperati, molti dei quali anche in Europa. Da qui a trasformarli in estremisti il passo è brevissimo.

Erdogan sta puntando tutto sulla crescente influenza del suo presunto “Islam politico”, sia in Medio Oriente che in Nord Africa. Soprattutto in Nord Africa, particolarmente in Libia e in Tunisia, la politica islamista aggressiva del califfo turco sembra attecchire con una certa facilità.

Sostanzialmente si conferma quanto dicevamo già nel febbraio del 2019 (e poi tante volte dopo) quando affermavamo che Erdogan e la Fratellanza Musulmana cercavano di sostituire ISIS.

Se prima molti giovani musulmani vedeva nel Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi un faro per l’islam, oggi con la sua caduta le loro speranza sono tutte indirizzate alla Turchia e al nuovo califfato che Erdogan ha in mente.

Se in Europa e a Washington non affrontano subito questo problema, probabilmente nei prossimi mesi assisteremo ad una escalation da parte della Turchia ancora più “sfacciata” e violenta.

E se qualcuno di quelli che contano (Unione Europea) dovesse pensare ancora di poter trattare con Erdogan oppure ne sottovalutasse la pericolosità, allora davvero saremmo nei guai.

Alla fine l’unica speranza di fermare il nuovo califfo islamico e che faccia l’errore di andare a stuzzicare seriamente Israele. Di certo a Gerusalemme sanno come trattarlo nel modo dovuto.