Quali responsabilità ha il regime cinese sulla pandemia del Coronavirus? Ne abbiamo già parlato diverse volte, ma due esperti canadesi di Diritti Umani, Irwin Cotler e Judit Abitan, hanno ricostruito con dovizia di particolari l’intera cronologia delle malefatte del regime di Xi Jinping partendo da uno studio della University of Southampton che certifica come se il regime cinese fosse intervenuto prima si sarebbe potuto ridurre l’epidemia fino al 95%.

Scrive l’università di Southampton: «se in Cina si fossero condotti gli INP (interventi non farmaceutici basati sul tempestivo isolamento degli infetti e delle aree infette) una settimana, due settimane o tre settimane prima, i casi avrebbero potuto essere ridotti rispettivamente del 66%, 86% e 95%, insieme a una riduzione significativa del numero di aree colpite».

Bastava quindi che Pechino intervenisse con l’isolamento delle aree infette solo tre settimane prima per ridurre la pandemia del 95%.

Invece per oltre 40 giorni (ma sicuramente di più) non solo il regime cinese ha nascosto l’epidemia al mondo, ma ha addirittura represso i medici che per primi avevano trovato e denunciato il virus COVID-19.

La prima a scoprire il COVID-19 fu la dottoressa Ai Fen, direttrice del dipartimento di emergenza presso l’Ospedale Centrale di Wuhan, la quale ne denunciò la scoperta e la diffusione da uomo a uomo verso la fine di dicembre 2019. Ai Fen è scomparsa nel nulla, probabilmente incarcerata o fatta fuori dal criminale regime cinese. Subito dopo la sua scomparsa anche otto medici del suo staff vennero arrestati per impedire che diffondessero quanto scoperto dalla dottoressa Ai Fen.

Il 1° gennaio del 2020 è la volta del dott. Li Wenliang (che morirà di Coronavirus nel febbraio 2020) il quale denuncia che diversi uomini sono stati contagiati dal COVID-19 ma viene subito “convocato” dalle autorità cinesi e accusato di diffondere notizie false e di generare allarme.

Il 4 gennaio 2020, il Dr. Ho Pak Leung, presidente del Centro per le infezioni dell’Università di Hong Kong, ha indicato che era altamente probabile che il COVID-19 si diffondesse da uomo a uomo e ha sollecitato l’implementazione di un rigoroso sistema di monitoraggio. Anche lui completamente ignorato dal regime cinese, più interessato a nascondere le informazione che a diffonderle.

Nel frattempo la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan continua ad affermare che non c’era nessuna prova che il COVID-19 si potesse trasmettere da uomo a uomo.

Il 14 gennaio 2020, l’OMS ha confermato e quindi rafforzato la posizione della Cina e il 22 gennaio 2020 il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha addiritura elogiato la gestione dell’epidemia da parte del CPC, elogiando il ministro cinese della Salute per la sua collaborazione e il presidente Xi e il premier Li per la loro leadership e per il loro «inestimabile intervento».

Il 23 gennaio 2020 le autorità cinesi annunciano i loro primi passi per mettere in quarantena Wuhan. A quel punto era troppo tardi. Milioni di persone avevano già visitato Wuhan e se ne erano andati durante il capodanno cinese e un numero significativo di cittadini cinesi aveva viaggiato all’estero come vettori asintomatici del COVID-19.

Quaranta giorni di silenzio e repressione delle informazioni sul COVID-19 da parte del criminale regime cinese sono costati all’Italia, epicentro della pandemia europea, un bilancio delle vittime del 12%, più del doppio di quello cinese, seguito dalla Spagna con un tasso di mortalità del 9% (in forte aumento in queste ore). E adesso tocca a New York e all’intera America.

Scrivono Irwin Cotler e Judit Abitan: «mentre le infezioni globali continuano a salire senza sosta verso l’alto, la Cina – ironicamente – è ora considerata più sicura della maggior parte dei paesi colpiti dalla pandemia».

I due esperti di Diritti Umani canadesi pongono l’accento sulle responsabilità riconducibili al regime cinese in merito alla pandemia di Coronavirus, soprattutto per aver nascosto per un lungo periodo informazioni che avrebbero potuto evitarla o ridurla fino al 95%.

Dimenticano però le responsabilità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il sottoscritto non è notoriamente un estimatore del Presidente Trump, ma quando attacca l’OMS ha ragioni da vendere. E ci si meraviglia che il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, non abbia almeno la decenza di dimettersi dal suo ruolo dopo essere stato complice dei crimini contro l’umanità commessi dal regime cinese.

Perché, parliamoci chiaro, il voluto occultamento delle informazioni sul Coronavirus, addirittura la repressione di chi voleva denunciare l’epidemia, hanno contribuito in maniera schiacciante alla diffusione della pandemia globale. È come se il regime cinese avesse voluto che l’epidemia si diffondesse fino a diventare una pandemia. E questi sono crimini contro l’umanità.