Editoriali

Fine della questione palestinese

La questione palestinese è morta o quanto meno agonizzante, almeno per i maggiori Paesi arabi, per Israele e per gli americani. A tenerla ancora in vita sono solo gli europei e coloro che da decenni la usano in configurazione anti-israeliana.

Sparito dall’orizzonte il fantomatico piano di pace promesso da Donald Trump, specie dopo la rottura palestinese a seguito del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, con i fondi tagliati ormai da quasi tutti i paesi arabi e recentemente dagli Stati Uniti, la questione palestinese viene ormai vista solo come un ostacolo alla necessaria regolarizzazione dei rapporti tra arabi e israeliani. E’ finita anche la forza propulsiva che aveva portato alla creazione dal nulla di un popolo mai esistito ma che serviva per ostacolare la nascita di Israele. Ormai lo Stato Ebraico è una realtà che nemmeno l’arabo più estremista può negare. La questione palestinese è ormai ridotta solo a un costo per la comunità internazionale, un costo che però sempre meno istituzioni internazionali e Stati sono disposti a sostenere.

Gli unici che ancora continuano a sostenere la causa palestinese sono gli europei, la Fratellanza Musulmana (e quindi la Turchia) e l’Iran. L’Europa lo fa per non abbandonare definitivamente l’idea dei due Stati e in parte per astio verso Israele, Fratellanza Musulmana e Iran lo fanno per continuare a usarla in configurazione anti-israeliana e non perché credono realmente ai fantomatici diritti di un popolo mai esistito. Ma il resto del mondo guarda avanti ed è sinceramente stanco di questa storia infinita che costa alla comunità internazionale il doppio di quello che costa l’intero sviluppo africano.

Sono due i nomi che si possono legare alla rapida fine della questione palestinese: Donald Trump e Mahmud Abbas (alias Abu Mazen). Il primo ha di fatto scardinato la politica americana che voleva Washington equidistante tra le due parti e fermamente ancorato all’idea dei due stati portando gli Stati Uniti in una posizione più chiaramente schierata a favore di Israele. Il secondo non ha capito che era arrivato il momento di fermare la retorica palestinese e l’incitamento all’odio, di prendere le distanze dal terrorismo e di proporre seriamente la nascita di uno stato palestinese. Abbas ha tirato così tanto la corda che ora si ritrova con la miccia in mano di una questione palestinese che gli sta sfuggendo di mano.

Ieri persino Sever Plocker, editorialista di Yedioth Ahronoth notoriamente ostile a Trump, in un editoriale pubblicato sul noto quotidiano israeliano riconosceva i meriti del Presidente americano nell’aver “dato una scossa” alla questione palestinese e ventilava l’ipotesi che l’idea di Trump non fosse più quella dei due stati ma che addirittura fosse quella di riportare la Cisgiordania alla Giordania e la Striscia di Gaza all’Egitto come soluzione della questione palestinese, una ipotesi non proprio nuova ma che probabilmente trova in disaccordo i giordani che memori di quanto fatto dai palestinesi durante il cosiddetto Settembre Nero si guardano bene dal voler prendersi la responsabilità di assorbirne a milioni. Ma il fatto che sempre più spesso si parli di una “soluzione alternativa” a quella dei due stati è la prova che la questione palestinese è arrivata alla sua fase finale soprattutto perché per gli arabi non è più funzionale ai motivi che l’avevano creata dal nulla.

Ora, è chiaro che chi sulla questione palestinese ha basato un business miliardario e chi ha ancora intenzione di usarla contro Israele non sarà contento di tutto questo e farà di tutto per cercare di mantenerla in vita. Ma la strada imposta dalle decisioni di Donald Trump sembra ormai irreversibile, con Abu Mazen ormai chiaramente delegittimato e depotenziato e un mondo arabo che ha ben altri problemi rispetto a quelli dei palestinesi. Resta solo da capire se la questione palestinese morirà di morte lenta o se la sua morte sarà improvvisa come la sua nascita.

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