Gli errori di valutazione di Obama sull’Iran vengono al pettine

Dopo anni i nodi degli errori di valutazione di Obama vengono al pettine e sarà difficilissimo districarli

Quando l’ex presidente americano, Barack Obama, annunciò di aver raggiunto un accordo con l’Iran sul suo programma nucleare (JCPOA) il mondo si divise in due.

Da un lato c’erano gli ottimisti (non propriamente disinteressati) che plaudivano a quell’accordo, dall’altro c’era invece chi vedeva nel JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) non solo un errore sulla questione propriamente legata al nucleare iraniano, ma anche a quella legata al finanziamento del terrorismo islamico da parte degli iraniani che proprio grazie al JCPOA erano tornati in possesso di enormi quantità di denaro con il quale avrebbero potuto finanziare i numerosi proxi regionali.

Lasciando stare per un attimo il discorso legato al programma nucleare e alle numerose lacune all’interno di quell’accordo, quello che oggi appare in tutta la sua evidenza è che Obama sottovalutò moltissimo gli “effetti secondari” dell’accordo sul nucleare iraniano.

Uno di questi è proprio l’enorme mole di denaro iraniano liberato da quell’accordo, miliardi di dollari che hanno permesso a Teheran di finanziare con una certa facilità il potenziamento dei suoi proxy tra i quali Hezbollah in Libano, la Jihad Islamica a Gaza e i ribelli Houthi in Yemen.

Il risultato di quell’errore di valutazione lo vediamo oggi con la nascita del cosiddetto “asse della resistenza” il quale anche grazie all’adesione di Hamas (in barba a chi diceva che essendo sunniti i terroristi di Gaza non si sarebbero mai alleati all’Iran) ha permesso a Teheran di “accerchiare” Israele e quindi di minacciare un conflitto regionale nel caso di un attacco americano all’Iran.

Giusto per essere chiari, non credo che un conflitto tra Israele e Iran (attraverso i suoi proxy) sia evitabile, temo anzi che sia molto più vicino di quanto si pensi e che più si rimanda la soluzione del problema, più gli iraniani e i suoi proxi si rafforzeranno e si attesteranno nelle loro posizioni.

Però è impossibile non pensare ai motivi che hanno portato a questa situazione ormai irreversibile nonostante il repentino cambio di politica impresso da Donnald Trump.

L’errore di base fatto da Obama è stato quello di sottovalutare le vere intenzioni iraniane. E non sto parlando delle ambizioni nucleari, non proprio semplici da implementare, quanto piuttosto di quelle relative agli equilibri regionali.

Con l’enorme flusso di denaro tornato nelle casse di Teheran a seguito del JCPOA l’Iran ha costruito (o potenziato) una vera e propria potenza militare “alternativa” al suo esercito, da usare a suo piacimento. Ha implementato un programma missilistico che oggi gli ha permesso di mettere sotto tiro ogni metro quadrato di Israele (o nel caso degli Houthi buona parte dell’Arabia Saudita).

Parliamo di una forza militare che ha il doppio scopo di fungere da “forza offensiva” e da “forza di deterrenza”.

Barack Obama e gli altri fautori dell’accordo sul nucleare iraniano hanno probabilmente ritenuto che tutto questo fosse un “rischio accettabile” pur di rallentare il programma nucleare di Teheran, ma i fatti dimostrano che proprio grazie a questa sottovalutazione del rischio oggi l’Iran risulti quasi inattaccabile senza scatenare una serie di gravi conseguenze in tutta la regione e anche nel resto del mondo.

Paradossalmente oggi l’Iran è molto più pericoloso di quanto non lo fosse prima del JCPOA, ma non per il suo programma nucleare quanto piuttosto perché ha creato una situazione tale che gli permette di limitare al massimo il rischio di essere attaccato senza che vi siano conseguenze globali.