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Il procuratore della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, nega il genocidio a Gaza

Il procuratore capo del TPI Karim Khan nega il genocidio a Gaza

Secondo il Procuratore della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, non ci sono le prove che Israele abbia commesso un genocidio a Gaza. Lo ha detto in una lunga intervista rilasciata al giornalista Mehdi Hasan e pubblicata in parte la scorsa settimana sul suo sito web Zeteo News e integralmente sulla sua piattaforma Substack Mehdi Unfiltered.

Nell’intervista Khan si difende dall’accusa di aver avuto una “cattiva condotta sessuale” nei confronti di una sua collaboratrice e afferma che quella stessa accusa è emersa “stranamente” quando si accingeva a mettere sotto accusa il Premier israeliano, Benjain Netanyahu e l’ex Ministro della difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma non per genocidio.

In particolare il giornalista chiede conto delle accuse avanzate da diversi media secondo cui la tempistica della richiesta di mandati d’arresto della Corte penale internazionale contro i leader di Hamas e, soprattutto, contro l’attuale primo ministro israeliano ed ex ministro della difesa, sarebbe stata influenzata dall’emergere dei dettagli dell’indagine sulla presunta condotta sessuale scorretta.

«Beh, per usare un’espressione americana, purtroppo sono solo sciocchezze», risponde Khan. Egli fa riferimento alla cronologia degli eventi, a partire da quando, nell’ottobre 2023, voleva recarsi a Rafah, a Gaza, e non gli fu permesso l’accesso, per poi andare in Israele, a vedere i kibbutz attaccati da Hamas, e a Ramallah, in Cisgiordania, nel novembre 2023. «Ho detto alla televisione israeliana, alla televisione palestinese: conformatevi ora, non lamentatevi dopo. L’ho detto ripetutamente». Poco dopo ha nominato una commissione indipendente di esperti di grande prestigio per esaminare le prove. Poi, dice, «nel marzo 2024 ho detto agli americani che avrei richiesto i mandati entro la fine di aprile. E poi, naturalmente, ho parlato con i francesi, gli inglesi e persino i cinesi. I russi non mi rivolgono la parola». Pertanto, la tempistica dell’indagine sullo scandalo sessuale e quella dei mandati di arresto contro i leader israeliani sono «completamente slegate». Al momento in cui ha richiesto i mandati, ammette di essere stato informato di un’accusa e di aver saputo che la questione era già chiusa.

Mehdi Hasan insiste con Khan sulle notizie secondo cui «il processo per i mandati è sembrato improvvisamente “affrettato”, e persino “in preda al panico”». «Certo, è una questione che divide. Non tutti in ufficio erano d’accordo nel seguire le prove», risponde Khan. Sostiene di aver usato lo stesso metro di giudizio legale usato con l’Ucraina. «In realtà», continua, «ho alzato lo standard. Lo standard che dobbiamo soddisfare per il mandato è “motivi ragionevoli per ritenere che possa essere stato commesso un reato”. E in tutti i miei casi ho applicato uno standard più elevato, ovvero una prospettiva realistica di condanna. E nessuno ha detto che si trattasse di una procedura affrettata. È una questione urgente. E c’è urgenza, perché sia in Ucraina, sia in altre situazioni, ho detto sin da quando sono diventato procuratore – anzi, anche prima di essere eletto – che non siamo qui per permettere alle persone di fare il loro dottorato di ricerca. Ho richiesto mandati in Georgia nel dicembre 2023. La gente aveva dimenticato cosa diavolo fosse successo in Ossezia del Sud un decennio prima. Così ho fatto mio il mantra che dobbiamo lavorare alla velocità della rilevanza.”

Nessun genocidio a Gaza?

Khan confronta implicitamente il suo approccio con quello dei suoi predecessori come procuratori, dicendo che doveva «assicurarsi che il caso che stavamo mettendo insieme non fosse qualcosa che sarebbe stato solo una frase ad effetto, con una salva di applausi, per poi ottenere ciò che abbiamo visto nella storia della Corte penale internazionale, sei su sei [procedimenti] persi in Kenya. [Il processo] dovrebbe essere in grado non solo di consentire l’emissione dei mandati, ma anche la loro conferma».

«Quindi voleva che il caso fosse a prova di bomba prima di presentarlo?», chiede Hasan.

«Dal punto di vista etico e giuridico dovrebbe essere solido e adeguato allo scopo», dice Khan.

«Perché ha lasciato passare [il primo ministro israeliano] Netanyahu su quello che praticamente tutti gli esperti ora definiscono un genocidio a Gaza?», chiede Hasan in seguito.

«Mehdi, nessuno viene lasciato passare», risponde Khan. «La legge si applica a tutti. Non c’è prescrizione per i crimini di guerra o i crimini internazionali.”

“Non esclude che ci possa essere un mandato in futuro?” ribatte il giornalista

“Tutto dipende dalle prove.”

“Sta dicendo che negli ultimi tre anni non ci sono state prove di genocidio a Gaza?” chiede allibito Hasan

“Ci vorrebbe un procuratore sconsiderato per agire solo a causa delle proteste. Si agisce sulla base delle prove.”

“Quindi il genocidio non è fuori discussione? Non l’ha escluso?»

«Nessun crimine è fuori discussione se ci sono le prove».

Le prove, non una cosa da poco

Ora capite che la cosa è grossa, enorme. Il Procuratore Generale della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, lo stesso che ha emesso i mandati di cattura internazionali per Netanyahu e Gallant ammette che non ci sono le prove del genocidio da più parti paventato. Cosa significa? Significa che tra le veline di Hamas distribuite dalla stampa mondiale e la realtà c’è quell’abisso che si chiama “evidenza dei fatti”. In sostanza, mancano i tre elementi fondamentali definiti dalla Convenzione ONU del 1948 e dallo Statuto della Corte Penale Internazionale necessari affinché si possa stabilire giuridicamente un genocidio.

I tre pilastri per la definizione

  1. L’Intento Specifico (Mens Rea): È l’elemento più difficile da dimostrare in tribunale. Non basta l’uccisione di massa; deve esserci la chiara volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo specifico. L’intento deve essere rivolto al gruppo “come tale”, non solo ai singoli individui per motivi politici o militari.
  2. L’Identificazione di un Gruppo Protetto: Le vittime devono appartenere a una delle quattro categorie riconosciute dal diritto internazionale:
    • Nazionale
    • Etnico
    • Razziale
    • Religioso
  3. La Commissione di Atti Materiali (Actus Reus): La legge elenca cinque atti specifici che, se compiuti con l’intento di cui sopra, costituiscono genocidio:
    • Uccisione di membri del gruppo.
    • Lesioni gravi all’integrità fisica o mentale.
    • Sottomissione deliberata a condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica totale o parziale.
    • Misure dirette a impedire le nascite all’interno del gruppo.
    • Trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro

Ora, affermare che non ci siano state vittime innocenti nella immane distruzione di Gaza sarebbe sconsiderato, tuttavia va detto che non ci sono le evidenze del numero di vittime paventato da più parti, in primis da Hamas, che vorrebbero giustificare l’accusa di genocidio. In sostanza, manca i corpi delle vittime.

Va ricordato infine che l’IDF, ovvero l’esercito israeliano, è l’unico esercito al mondo che avvisa prima di bombardare un obiettivo con l’intento di minimizzare le vittime civili, a differenza di Hamas che invece le costringe a rimanere sull’obiettivo per massimizzare le vittime civili al fine di colpevolizzare l’esercito israeliano.

Temo purtroppo che la persistente accusa di genocidio indirizzata a Israele che si riscontra nei media, in certa politica e nei talk show non sia altro che un modo per aizzare odio antisemita, nonostante le evidenze dicano che Israele non ha commesso alcun genocidio.

In un mondo normale le parole del Procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale basterebbero per chiudere qui la faccenda e mandare a casa gli attizzatori d’odio come Francesca Albanese e altri. Ma questo non è un mondo normale. In questo mondo il 25 aprile si fanno sfilare le bandiere palestinesi, alleate dei nazisti, mentre si bloccano quelle della Brigata Ebraica che li hanno combattuti.

Stop, fine dei discorsi  

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