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Iran: il fallimento di Hassan Rouhani e dell’Europa. Il rischio Pasdaran

Venerdì scorso era il quinto anniversario dell’insediamento di Hassan Rouhani ma nessuno se ne è accorto, troppo grave la crisi in Iran per festeggiare

Ha poco da festeggiare Hassan Rouhani. Nel quinto anniversario della sua salita al potere, l’accordo sul nucleare iraniano sul quale aveva puntato tutto è praticamente fallito. Tra pochi giorni riprenderanno le sanzioni americane che vanno a colpire un Paese già in ginocchio e attraversato da proteste sempre più eclatanti.

In cinque anni Hassan Rohuani non solo non è riuscito a rimettere in sesto l’economia iraniana, a prescindere dall’accordo sul nucleare iraniano che comunque avrebbe dovuto spingere la ripresa, non ha mantenuto nemmeno le promesse elettorali riguardo a un maggior rispetto dei Diritti Umani, una delle ragioni per le quali era stato votato dai sostenitori dell’ex Movimento Verde.

Il colpo di grazia è arrivato proprio dall’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto dall’Iran nel 2015 con le potenze mondiali e con la negoziazione dell’Europa. La minaccia di sanzioni da parte degli USA verso chi farà affari con l’Iran sta allontanando tutti gli investimenti stranieri sui quali Hassan Rouhani contava per rimettere in sesto l’economia iraniana.

Già quando ancora gli USA non avevano annunciato il loro ritiro dal JCPOA erano emerse molte contraddizioni al cosiddetto “grande affare” dell’accordo sul nucleare iraniano, ma ancora la questione era gestibile e nella gente iraniana c’era la speranza che con il tempo le cose sarebbero migliorate. Il crollo (di fatto) del JCPOA seguito all’annuncio americano ha dato il colpo di grazia alle aspettative di ripresa degli iraniani.

Con il Rial iraniano in caduta libera, una inflazione a due cifre, una disoccupazione giovanile che sfiora il 30% (in vertiginoso aumento) e ora la fuga precipitosa degli investimenti stranieri, l’Iran rischia seriamente di trasformarsi in un Venezuela mediorientale, Venezuela con cui per altro il regime iraniano condivide molte politiche, a partire dal sostegno ad Hezbollah.

Il fallimento di Rouhani è anche il fallimento della UE

Ma Hassan Rouhani non è il solo ad avere responsabilità evidenti in merito all’attuale situazione iraniana. Anche l’Unione Europea nella figura del suo Alto Rappresentante della Politica Estera, Federica Mogherini, avevano puntato tutto sul JCPOA arrivando a chiudere gli occhi sia sulla pericolosa politica espansionista iraniana che sulle gravi violazioni dei Diritti in Iran pur di tenere in piedi un accordo già pessimo di suo.

La Mogherini era arrivata addirittura a sostenere che i test balistici iraniani erano regolari e che non violavano il JCPOA e a chiudere gli occhi anche quando venne fuori la notizia che Obama pur di concludere l’accordo sul nucleare iraniano aveva affossato una grande inchiesta contro Hezbollah. L’appoggio della UE e in particolare di Federica Mogherini al regime iraniano è stato pressoché totale anche quando erano evidenti le pericolose mosse degli Ayatollah per la pace regionale in Medio Oriente, un appoggio quindi doppiamente vergognoso e pericoloso.

Cosa succede ora in Iran?

E’ chiaro che Hassan Rouhani è in chiara difficoltà. Sin da subito poco gradito al Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (i Pasdaran) e alla stessa Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, aveva ottenuto il beneficio del dubbio proprio per il raggiunto accordo sul nucleare iraniano che prometteva un enorme rilancio economico della Repubblica Islamica. Fallita la ripresa, fallite le riforme, ora il Presidente iraniano ha praticamente tutti contro, dai potentissimi Pasdaran all’ultimo degli operai iraniani.

Il rischio ora è che i Pasdaran e la loro politica guerrafondaia prendano il sopravvento. Un accenno lo abbiamo visto nei giorni scorsi con la minaccia di chiudere le vie marittime del petrolio che passano per lo Stretto di Hormuz e per quello di Bab el-Mandeb. Una mossa che potrebbe provocare un conflitto di proporzioni immani. E non c’è solo questo, rimane il rischio di un confronto diretto tra Iran e Israele a causa della presenza iraniana in Siria mentre, a prescindere dalla crisi economica che attraversa il Paese, gli Ayatollah non smettono di supportare economicamente il terrorismo internazionale con oltre un miliardo di dollari l’anno donato a Hezbollah e oltre 100 milioni di dollari ad Hamas e Jihad Islamica (senza contare l’appoggio ai ribelli Houthi in Yemen). Cosa c’è meglio di una serie di conflitti per nascondere la profonda crisi interna e giustificare la repressione?

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