Società e cronaca

La Jihad è in Europa. Ce lo poniamo il problema?

La Jihad è in Europa. Non c’è bisogno che l’ISIS ce la porti, c’è già. Secondo diverse fonti sono migliaia gli europei che stanno combattendo in Siria e in Iraq nella fila dell’Esercito Islamico dell’Iraq e del Levante, per buona parte cittadini europei figli di immigrati e di seconda o terza generazione.

Quello che ci chiediamo noi è quanti sono quelli che sono rimasti in Europa con l’intenzione di formare la testa di ponte. Non si tratta né di fare allarmismo né di gridare al complotto islamico, si tratta di fare un ragionamento logico e libero da pregiudizi, si tratta di guardare in faccia la realtà.

Ogni settimana in Europa avvengono manifestazioni islamiche per i più disparati motivi, dalla guerra a Gaza a quella in Libia passando per quella in Iraq, e sempre più spesso compaiono le famigerate bandiere nere dell’ISIS (guarda il video), sempre più spesso queste manifestazioni si trasformano in attacchi alle sinagoghe e agli ebrei. Attaccano quella che per il momento è la minoranza perché ancora non hanno la forza di attaccare i cristiani e i loro luoghi di culto…ancora.

Possiamo far finta di non vederle queste cose, possiamo far finta che non ci riguardino, ma prima o poi ci dovremo fare i conti e quando quel momento arriverà (e arriverà) non saremo pronti se continuiamo con questa assurda cecità.

Prima di tutto iniziamo con il vietare l’esposizione delle bandiere nere dell’ISIS, vanno equiparate a quelle con la svastica. Iniziamo a punire per legge i sermoni d’odio che incitano alla violenza, ad arrestare ed espellere chiunque sia in qualche modo collegato con l’ISIL. Creiamo delle task force che monitorino continuamente il web e i social network per individuare chi appoggia questi criminali o qualsiasi altro gruppo considerato terrorista. Insomma, facciamo qualcosa e facciamolo subito.

Adesso qualcuno griderà alla “crociata” e alla “islamofobia”. E’ tipico di chi vuol gettare fumo negli occhi. Ma la situazione è seria, veramente seria. Ci siamo dannati l’anima per anni nel perorare la causa della integrazione e della civile e pacifica convivenza. I maggiori pensatori europei (o peggiori, a seconda di come una la pensi) ci hanno spiegato per anni che dare la cittadinanza agli immigrati, favorire la costruzione dei loro luoghi di culto, accettare le loro richieste assurde (penso al crocefisso nelle scuole, alla poligamia e a tutte quelle richieste che rispettino le loro “tradizioni”) sarebbe stato benefico per la libera convivenza e per la loro integrazione. Poi cosa scopriamo? Che ragazzi nati e cresciuti nella nostra società sono i peggiori nemici di quella stessa società che ha fatto di tutto per farli integrare, sono i primi a volerla distruggere. Scopriamo che vanno in massa in Siria e in Iraq a combattere la Jihad che, riassunto in parole povere, è la guerra santa contro gli infedeli, cioè contro di noi. Scopriamo che quelli che sono qui in Europa se non sono complici attivi sono complici silenti. Qui non si tratta di fare crociate o di essere islamofobi, si tratta semplicemente di guardare in faccia la realtà. Se poi qualcuno non la vuol vedere è un altro discorso.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Adrian Niscemi

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9 Comments

  1. Adrian Niscemi, “Gli Immigrati”, in Italia non sono tutti islamici e ci sono molti cristiani arrivati da Latino America, est Europa ed Asia.

    1. mi farebbe piacere che Miguel ci spiegasse il senso del suo commento nel contesto dell’articolo che non parla di “immigrazione” ma di tutt’altro.
      Boh….a me sembra che appena tiri fuori un problema serio ci sia subito gente pronta a sviare su altri problemi e altre cose, a mettere tutto su un calderone gigante che comprenda tutto.

  2. La nostra salvezza dipende dalla conoscenza… Il nemico pericoloso e’ quello che non rivela i suoi progetti…Le nostre divisioni sono la loro unica arma(scusate se e’ poco). In poche parole…Lasciamoli fa’…Il mulino e’ nostro!-

  3. Sono anni che se ne parla, sono anni che persone attente (spesso divenute tali dopo essersi… ehm… scottate) provano a mettere in guardia gli Europei dalle derive del multiculturalismo ma… niente. Tutti ciechi e sordi. Niente occhi e niente orecchie, scrivevo tempo fa.

    Mi spiace dirlo ma temo che l’unica via per aprire gli occhi al cosiddetto Occidente multiculturale sia un “botto” e dovrà essere devastante. E’ questo, temo, il prezzo che l’Europa dovrà pagare. Evidentemente gli episodi che vi sono stati non sono stati sufficienti ad aprire gli occhi e le orecchie degli Europei. Solo quando sentiranno questo “botto” e capiranno di essersi messi in casa una minaccia, forse (e sottolineo forse) si risveglieranno da quella specie di torpore che altro non è, secondo me, l’effetto collaterale più evidente alle balle (impariamo a chiamare le cose con il loro nome) pronunciate dalle cosiddette “anime belle del multiculturalismo”.

  4. La multiculturalità é, come dicono i sociologi, un dato strutturale: vale a dire un dato di fatto censibile con metodi statistici.
    Il multiculturalismo é invece un paradigma ideologico-organizzativo, creato per amministrare la multiculturalità.
    Il che vuol dire tra l’altro che il multiculturalismo non é la sola risposta “pluralista” possibile, in termini di principi regolativi.
    Con il multiculturalismo si creano tante comunità chiuse e – di fatto e di diritto- sistemi giuridici conflittuali e paralleli.
    Si creano quindi delle aree sociali e in qualche modo territoriali che sfuggono alla regolazione giuridica basata sul principio che la legge é uguale per tutti.
    Questa via é stata scelta perché é la meno impegnativa e serviva a garantire nel breve-medio periodo il cosiddetto “quieto vivere”.
    Tuttavia questa soluzione presenta dei costi sempre più salati.
    Domandiamoci:
    cos’ é che produce tra gli islamici nati in Europa, soprattutto se di seconda o terza generazione, un numero significativo e pericoloso in valori assoluti -alcune migliaia più relative zone grigie – di combattenti per la jihad e il “califfato”?
    In primo luogo la presenza di efficaci “agenzie di socializzazione” o luoghi di formazione che contribuiscono a formare identità personali conflittuali con la società multiculturale, nel senso che questi soggetti non percepiscono un senso di appartenenza forte alla società che li ospita e nella quale sono nati , ma al contrario ne vivono il rigetto.
    Nel loro immaginario affettivo per esempio il “califfato” rappresenta la comunità alternativa a cui sentono di volere e dovere appartenere per ragioni “etico-affettive”.
    Bisogna domandarsi a questo punto come mai queste agenzie siano così efficaci e forti da produrre un risultato- in qualche misura desiderato per mantenere certe usanze- in totale contrapposizione con la cultura “dominante”.
    Si tratta di un risultato certamente molto più riuscito e mirato di quello che producono famiglia e scuola nella “nostra “società.
    Si può rispondere che la maggiore influenza sia data dal Web.
    Ma anche in questo caso é difficile immaginare una simile influenza su un terreno che non sia stato reso propizio dall’educazione primaria.
    Che nella personalità di questi individui alligni uno scostamento così profondo e invisibile dai valori più elementari della convivenza e del rispetto degli altri non può spiegarsi senza una catena di errori, che hanno le proprie basi nell’educazione primaria, che é innanzitutto di tipo affettivo.
    Le spiegazioni “economiche “ sono tutte sciocchezze, che possono pensare solo con un misto di mala fede e di ignoranza personaggi che non voglio neppure nominare.
    Sono gli “oggetti affettivi primari” che vanno indagati in casi del genere.
    Una volta, per esempio, il sociologo Alberoni disse che è la mamma che comunica al figlio che deve volere bene al papà.
    Il filosofo Hume direbbe che “le impressioni” – vale a dire le emozioni , le passioni, i desideri, i sentimenti- sono la fonte delle idee che animano il pensiero.
    Queste ultime- le idee- sono solo le immagini “sbiadite “ che ci rimangono dalle impressioni, che sole hanno la forza di muoverci nell’agire.
    Non l’ha detto solo Hume.
    Chiunque può farne la prova su di sé.
    Che concludere?
    Certamente bisogna smetterla con l’attribuire al multiculturalismo e all’accoglienza di gente profondamente diversa il ruolo di levatrici di “magnifiche sorti progressive”, come pure il ruolo di una necessità storica.
    Per il resto bisogna ripartire da zero, cominciando per esempio dall’analisi del valore simbolico e unificante di certe usanze e credenze nella formazione dei gruppi.

        1. Non sono un analista di professione.
          Mi piace tuttavia fare delle analisi sui temi trattati in questo blog, quando mi sembra di avere qualche cosa da dire.
          Quanto alla mia professione sono un insegnante di economia aziendale di scuola media superiore.
          La mia formazione di base é però di tipo umanistico, che con il passare degli anni ha avuto come un effetto di ritorno.
          Così ho ripreso a curarla mosso sia da una ormai autonoma propensione, che da uno spiccato interesse per i problemi dell’apprendimento maturato nel mondo della scuola.
          Questo mi consente talora di uscire dai miei confini professionali strettamente disciplinari.
          Grazie a entrambi del giudizio positivo.
          Non chiamatemi però “professore”, perché non porta fortuna.
          Un saluto, che estendo anche alla redazione di RR.

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