Manifestazioni in Iraq represse nel sangue: 60 morti e 1.600 feriti

Uno dei paesi potenzialmente più ricchi del mondo ridotto letteralmente alla fame da un governo corrotto e ambiguo

È un bilancio pesantissimo quello derivante da quattro giorni di manifestazioni in Iraq di cui purtroppo nessuno in occidente ha parlato o ne parla.

60 morti e almeno 1.600 feriti tra i manifestanti, per lo più giovani iracheni che chiedono un Governo non corrotto, lavoro, servizi essenziali come acqua ed elettricità, una migliore gestione delle immense ricchezze del Paese.

Iniziate spontaneamente martedì scorso, con l’andare del tempo le manifestazioni dei giovani iracheni sono diventate sempre più grandi.

A nulla sono serviti i tentativi del Governo di Baghdad di limitare i raduni arrivando addirittura ad imporre un coprifuoco permanente, 24 ore su 24.

Giovedì i giovani iracheni si sono riuniti presso Tahrir Square a Baghdad, sfidando il coprifuoco. Dopo la preghiera della sera il loro numero è ulteriormente aumentato. Nessuno dei giovani iracheni ha però commesso atti di violenza.

Manifestazioni a Baghdad

Questo non è servito però ad evitare che le forze di polizia irachena prima tentassero con cariche di disperdere la folla e poi, con una decisione davvero criminale, iniziassero a sparare sulla folla.

Il bilancio, come detto, è pesantissimo. Almeno 60 morti tra i giovani iracheni e oltre 1.600 feriti tra i quali moltissimi in condizioni critiche.

Secondo testimoni oculari agenti di polizia hanno giustiziato almeno due persone con un colpo di pistola alla testa.

L’ufficio della Nazioni Unite a Baghdad ha chiesto subito spiegazioni al governo iracheno per questa strage assurda e si è sentito rispondere che le forze di polizia hanno reagito dopo che alcuni cecchini avevano aperto il fuoco contro di loro uccidendo due poliziotti. Una palese menzogna. Le manifestazioni era pittoresche ma mai violente.

«L’Iraq è diventato un paese maledetto» ha detto Jalaal, un giovane manifestante iracheno sciita. «Non c’è lavoro, manca l’elettricità, le persone muoiono di fame e di malattie. Questo non è ammissibile in un paese che dovrebbe essere tra i più ricchi del mondo. C’è troppa corruzione e mentre il popolo muore, in pochi si arricchiscono» ha concluso Jalaal.

All’inizio alcuni giornalisti e blogger iracheni hanno cercato di riprendere le manifestazioni e di intervistare i manifestanti, ma prima sono stati bloccati dalla polizia, poi non riuscendoci sono stati fatti oggetto di colpi di arma da fuoco.

Sulla durissima repressione è intervenuto anche la più importante autorità sciita del Paese, il Grande Ayatollah Ali al-Sistani, il quale prima ha esorato entrambe le parti a porre fine alle proteste, poi ha dichiarato che i politici e gli amministratori non hanno fatto il loro dovere mettendo i propri interessi personali davanti all’interesse collettivo.

«Il governo e le parti politiche non hanno soddisfatto le esigenze del popolo di combattere la corruzione», ha detto al-Sistani in un sermone pronunciato dal suo rappresentante Ahmed al-Safi nella città santa sciita di Karbala.

Durissimo anche l’influente religioso sciita Muqtada al-Sadr il quale ha chiesto alla sua forza politica di far cadere il governo e di andare subito a nuove elezioni. «Lo spargimento di sangue di giovani iracheni non può essere ignorato» ha detto al-Sadr in una dichiarazione.

L’Iraq si trova anche in una difficile posizione preso in mezzo alle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran e rischia di diventare l’ennesima zona di influenza iraniana, il tutto a discapito di una popolazione che ha bisogno di tutto meno che di ritrovarsi invischiata in una guerra che non la riguarda.